La Cooperativa Sociale Europea Escoop ha organizzato a Mola di Bari un seminario con croati, macedoni, serbi
e kosovari per studiare la formula Ue per uno sviluppo sostenibile. Una visita di studio di una settimana in Italia per capire come far nascere un'impresa, grazie al progetto Esensee (Eco Social Economy Network South and East Europe).
"L'obiettivo - spiegano gli organizzatori - è fare in modo che questi Paesi, tutti prossimi all'ingresso nell'Unione Europea, conoscano le procedure standard richieste dall'Ue. Il tutto però, basandosi sin da subito su un modello nuovo di economia, attento all'importanza dell'uomo all'interno nel sistema imprenditoriale, e dunque fondato sul rispetto dell'ambiente e dell'ambito sociale in cui i progetti nascono. Perché svilupparsi è necessario, ma solo se lo sviluppo è sostenibile".
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giovedì 7 giugno 2012
mercoledì 29 settembre 2010
Le 10 cose da sapere sulle lampadine a risparmio energetico
Paola Guidi, su Il Sole 24 Ore, ci svela le dieci cose da sapere sulle lampadine a risparmio energetico, che dal primo settembre, per volere dell'Unione Europea, hanno definitivamente rimpiazzato le vecchie lampadine elettriche a incandescenza.
1) 2016 addio vecchia lampadina
Da qui sino al 2016 le lampadine ad incandescenza e anche quelle alogene ad alto consumo dovranno scomparire del tutto, dai negozi e, in teoria, dalle case. Per alcune incandescenti il divieto di venderle è dilazionato sino al 2012 ma in ogni caso le sole lampadine da usare sono quelle fluorescenti a risparmio energetico e le alogene ad alta efficienza, già pronte sugli scaffali dei negozi da diverso tempo e quelle a Led (ancora sperimentali).
2) Grande, grandissimo risparmio
Quello sulla bolletta domestica è intorno ai 20 euro l'anno, mentre i risparmi "collettivi" europei in termini di minori emissioni di Co2 dovrebbero aggirarsi intorno ai 10 miliardi euro con un taglio della CO2 di ben 38 milioni di tonnellate non più immesse nell'atmosfera.
Il passaggio alle sorgenti luminose ad alto risparmio energetico presenta però qualche piccolo inconveniente da conoscere ed eventualmente da rimediare.
3) Le nuove lampadine danno meno luce
Si, è vero, la luce delle lampadine fluorescenti di qualsiasi tipo non è la stessa intensa e morbida delle incandescenti, ma più fredda e poco adatta per esempio agli effetti "architetturali". Basterà usare le alogene ad alta efficienza per avere splendidi risultati.
4) E meno calore
Si, perché solo il 5% dell'elettricità consumata dalle lampadine a incandescenza diventa luce, il resto si trasforma in calore. Tanto che d'inverno ne bastano 3-4 per alzare la temperatura mentre d'estate causano un piccolo aumento nei consnumi dei condizionatori….In Francia e in Germania invece è già stato messo in bilancio un piccolo aumento dei consumi invernali nel momento in cui tutte le lampadine a incandescenza saranno sostituite con quelle nuove.
5) Contengono mercurio
Si, a differenza delle incandescenti, e vanno smaltite con sistemi appositi (niente discariche, niente piattaforme ecologiche comunali). Quando una lampadina fluorescente si spacca il mercurio altamente volatile si diffonde immediatamente nell'ambiente e di conseguenza gli esperti raccomandano di ventilare il locale per circa 30 minuti. E di non toccare con le mani nude i frammenti. E' possibile acquistare lampadine fluorescenti con appositi "rivestimenti" antirottura.
6) E le radiazioni elettromagnetiche?
Sempre meno ma comunque gli esperti consigliano di tenere la fluorescente lontana dalla testa o di sostituirla con l'alogena a risparmio energetico.
7) Non per tutti gli usi
Dove occorre dare una luce direzionale, indirizzata su punti e superfici delimitate, dove occorre un'intensità luminosa elevata, le fluorescenti non sono l'ideale. In cucina sul piano di lavoro e di cottura per esempio occorre un'alogena atta a illuminare i dettagli e gli angoli meno in vista per evitare gli incidenti. In bagno, per operazioni che richiedono precisione e attenzione come la rasatura o il trucco, o per avere una illuminazione gradevole, niente lampadine fluorescenti, nemmeno quelle a luce cosiddetta "calda".
8) Dove vanno bene?
In tutti gli altri ambienti e in particolare nei corridoi, nelle scale, in cantina, in garage…perché possono funzionare continuativamente con minimi consumi; anzi, meno accensioni e spegnimenti hanno più durano e meno consumano. E anche all'esterno ma solo se non sono a rischio rottura o se hanno una schermatura protettiva.
9) Cosa usare dove non arriva l'elettricità?
Si possono applicare apposite strisce elettroluminescenti. Esistono pannelli di questo tipo, sottili, incollabili su pareti, mobili, scale e ovunque sia necessario: diventano vere e proprie sculture luminose.
10) Il futuro è il led
Non subito perché i Led costano ancora molto e non sono adatti per illuminare intensamente un ambiente, una superficie, uno spazio nel senso vero del termine. Nel giro di pochissimi anni però arriverà una versione a Led molto forte e soprattutto davvero "ecologica": niente mercurio, niente radiazioni elettromagnetiche, consumi infinitesimali ed effetti architetturali straordinari.
1) 2016 addio vecchia lampadina
Da qui sino al 2016 le lampadine ad incandescenza e anche quelle alogene ad alto consumo dovranno scomparire del tutto, dai negozi e, in teoria, dalle case. Per alcune incandescenti il divieto di venderle è dilazionato sino al 2012 ma in ogni caso le sole lampadine da usare sono quelle fluorescenti a risparmio energetico e le alogene ad alta efficienza, già pronte sugli scaffali dei negozi da diverso tempo e quelle a Led (ancora sperimentali).
2) Grande, grandissimo risparmio
Quello sulla bolletta domestica è intorno ai 20 euro l'anno, mentre i risparmi "collettivi" europei in termini di minori emissioni di Co2 dovrebbero aggirarsi intorno ai 10 miliardi euro con un taglio della CO2 di ben 38 milioni di tonnellate non più immesse nell'atmosfera.
Il passaggio alle sorgenti luminose ad alto risparmio energetico presenta però qualche piccolo inconveniente da conoscere ed eventualmente da rimediare.
3) Le nuove lampadine danno meno luce
Si, è vero, la luce delle lampadine fluorescenti di qualsiasi tipo non è la stessa intensa e morbida delle incandescenti, ma più fredda e poco adatta per esempio agli effetti "architetturali". Basterà usare le alogene ad alta efficienza per avere splendidi risultati.
4) E meno calore
Si, perché solo il 5% dell'elettricità consumata dalle lampadine a incandescenza diventa luce, il resto si trasforma in calore. Tanto che d'inverno ne bastano 3-4 per alzare la temperatura mentre d'estate causano un piccolo aumento nei consnumi dei condizionatori….In Francia e in Germania invece è già stato messo in bilancio un piccolo aumento dei consumi invernali nel momento in cui tutte le lampadine a incandescenza saranno sostituite con quelle nuove.
5) Contengono mercurio
Si, a differenza delle incandescenti, e vanno smaltite con sistemi appositi (niente discariche, niente piattaforme ecologiche comunali). Quando una lampadina fluorescente si spacca il mercurio altamente volatile si diffonde immediatamente nell'ambiente e di conseguenza gli esperti raccomandano di ventilare il locale per circa 30 minuti. E di non toccare con le mani nude i frammenti. E' possibile acquistare lampadine fluorescenti con appositi "rivestimenti" antirottura.
6) E le radiazioni elettromagnetiche?
Sempre meno ma comunque gli esperti consigliano di tenere la fluorescente lontana dalla testa o di sostituirla con l'alogena a risparmio energetico.
7) Non per tutti gli usi
Dove occorre dare una luce direzionale, indirizzata su punti e superfici delimitate, dove occorre un'intensità luminosa elevata, le fluorescenti non sono l'ideale. In cucina sul piano di lavoro e di cottura per esempio occorre un'alogena atta a illuminare i dettagli e gli angoli meno in vista per evitare gli incidenti. In bagno, per operazioni che richiedono precisione e attenzione come la rasatura o il trucco, o per avere una illuminazione gradevole, niente lampadine fluorescenti, nemmeno quelle a luce cosiddetta "calda".
8) Dove vanno bene?
In tutti gli altri ambienti e in particolare nei corridoi, nelle scale, in cantina, in garage…perché possono funzionare continuativamente con minimi consumi; anzi, meno accensioni e spegnimenti hanno più durano e meno consumano. E anche all'esterno ma solo se non sono a rischio rottura o se hanno una schermatura protettiva.
9) Cosa usare dove non arriva l'elettricità?
Si possono applicare apposite strisce elettroluminescenti. Esistono pannelli di questo tipo, sottili, incollabili su pareti, mobili, scale e ovunque sia necessario: diventano vere e proprie sculture luminose.
10) Il futuro è il led
Non subito perché i Led costano ancora molto e non sono adatti per illuminare intensamente un ambiente, una superficie, uno spazio nel senso vero del termine. Nel giro di pochissimi anni però arriverà una versione a Led molto forte e soprattutto davvero "ecologica": niente mercurio, niente radiazioni elettromagnetiche, consumi infinitesimali ed effetti architetturali straordinari.
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mercoledì 19 maggio 2010
Un progetto per lo sviluppo sostenibile nel Mediterraneo
E' stata resa pubblica la graduatoria definitiva dei progetti vincitori del programma europeo di cooperazione territoriale tra i vari paesi che si affacciano sul Mediterraneo, denominato MED e finanziato dall’Unione Europea.
"Tra 500 progetti valutati 51 sono risultati vincitori e tra questi c’è anche quello dell’Agenzia della Provincia di Cosenza “ALESSCO” (Agenzia per l'Energia e lo Sviluppo Sostenibile). che coinvolge le agenzie europee per l’Energia di Italia, Francia, Spagna, Grecia, Portogallo, Slovenia e Cipro.
Il Progetto, denominato “MEDEEA”, ha come obiettivo specifico la promozione delle fonti rinnovabili e dell’efficientizzazione energetica.
In particolare, le attività riguardano lo sviluppo e l’implementazione della certificazione energetica dei Comuni virtuosi della Provincia di Cosenza che perseguiranno l’obiettivo 20-20-20 dell’UE.
Saranno coinvolti alcuni Comuni della Provincia di Cosenza che, con il supporto di ALESSCO, potranno sviluppare piani energetici comunali ed azioni mirate al risparmio e quindi economico.
Tra le priorità del progetto “MEDEEA”, c’è la firma del “Patto dei Sindaci”, un’iniziativa per coinvolgere attivamente le città europee nel percorso verso la sostenibilità energetica ed ambientale. Alla conclusione delle attività programmate, i comuni più virtuosi potranno ottenere la certificazione “EEA – European Energy Award”.
Il programma MED rappresenta un esempio tangibile degli sforzi compiuti da ALESSCO nel creare partnerships internazionali per lo scambio di know-how in materia energetico-ambientale in grado di determinare una crescita sostenibile del nostro territorio."
(strill.it)
"Tra 500 progetti valutati 51 sono risultati vincitori e tra questi c’è anche quello dell’Agenzia della Provincia di Cosenza “ALESSCO” (Agenzia per l'Energia e lo Sviluppo Sostenibile). che coinvolge le agenzie europee per l’Energia di Italia, Francia, Spagna, Grecia, Portogallo, Slovenia e Cipro.
Il Progetto, denominato “MEDEEA”, ha come obiettivo specifico la promozione delle fonti rinnovabili e dell’efficientizzazione energetica.
In particolare, le attività riguardano lo sviluppo e l’implementazione della certificazione energetica dei Comuni virtuosi della Provincia di Cosenza che perseguiranno l’obiettivo 20-20-20 dell’UE.
Saranno coinvolti alcuni Comuni della Provincia di Cosenza che, con il supporto di ALESSCO, potranno sviluppare piani energetici comunali ed azioni mirate al risparmio e quindi economico.
Tra le priorità del progetto “MEDEEA”, c’è la firma del “Patto dei Sindaci”, un’iniziativa per coinvolgere attivamente le città europee nel percorso verso la sostenibilità energetica ed ambientale. Alla conclusione delle attività programmate, i comuni più virtuosi potranno ottenere la certificazione “EEA – European Energy Award”.
Il programma MED rappresenta un esempio tangibile degli sforzi compiuti da ALESSCO nel creare partnerships internazionali per lo scambio di know-how in materia energetico-ambientale in grado di determinare una crescita sostenibile del nostro territorio."
(strill.it)
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giovedì 19 marzo 2009
«Entro il 2050 azzerate le emissioni di Co2»
L'Unione europea «deve supportare l'industria elettrica europea nel suo sforzo per ridurre le emissioni inquinanti: noi siamo pronti a fare la nostra parte». È l'appello lanciato dall'amministratore delegato dell'Enel Fulvio Conti a Bruxelles ai margini dell'incontro con i top manager delle più importanti aziende elettriche europee, alla vigilia del vertice europeo che si aprirà oggi a Bruxelles. L'impegno preso dalle aziende europee del settore, associate in Eurolectric, e sottoscritto da 61 amministratori delegati (tra i quali anche Giovanni Milani per Eni Power), è di non emettere più CO2 entro il 2050 con l'energia da loro prodotta,ricorrendo alle rinnovabili, al nucleare e al cosiddetto "carbone pulito". La dichiarazione sottolinea che, «per sostituire i vecchi impianti, sviluppare la rete elettrica, soddisfare la domanda del mercato in crescita e rispettare gli obiettivi ambientali, il settore dovrà investire 1.800 miliardi di euro entro il 2030». Per raggiungere l'obiettivo le imprese comunitarie dell'elettricità chiedono però a Bruxelles e ai Governi Ue di fissare regole non distorsive del mercato e di sostenere in par-ticolare, la ricerca e lo sviluppo di impianti per la cattura e il sequestro del CO2. Proprio il progetto sperimentale di questo tipo a Porto Tolle dell'Enel figura, con fondi attribuiti per 100 milioni, nella lista dei progetti finanziabili con un pacchetto di 5 miliardi per il rilancio dell'economia, oggi all'esame dei capi di Stato e di Governo europei.Conti ha sottolineato l'importanza del contributo europeo per il progetto in provincia di Rovigo, che ha già ottenuto in via libera dalla regione Veneto e ora attende il visto governativo. «Si tratta di uno degli impianti prototipo di cui tutti beneficeranno – ha spiegato Conti –. I costi sono molto elevati e per questo credo sia corretto che ci siano finanziamenti da parte dell'Ue. Renderebbero tutto più rapido e ci incentiverebbero ad andare avanti ». Per quanto riguarda la funzione delle tariffe elettriche nello stimolare la ripresa economica l'a.d.di Enel ha indicato che l'opinione pubblica esagera nel valutare l'incidenza delle bollette dell'elettricità sul bilancio familiare: «Si tratta di una quota modesta, ogni giorno una famiglia media italiana spende un euro al giorno». Conti ha infine ribattuto alle dichiarazione dell'ad di Ansaldo Energia, Giuseppe Zampini, in merito a un possibile rischio di " colonizzazione"a seguito dell'accordo tra l'Enel e la francese Edf sul nucleare in Italia. «Nel nucleare c'è spazio per tutti. – ha replicato Conti – Mi sembra esagerato sostenere questa posizione». (Da Il sole 24 Ore)
L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, l'amministratore delegato dell’Eni
L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, l'amministratore delegato dell’Eni
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mercoledì 18 marzo 2009
Svezia libera dal petrolio nel 2030
Si potrà anche pensare che annunci di lungo termine come questo sono prettamente propagandistici, che servono a influenzare l’informazione globale, oppure che fare previsioni per qualcosa che accadrà tra vent’anni sia impossibile, o ancora che fino al 2030 che ne passerà di petrolio sotto ai ponti. Ma se a fare un annuncio del genere è un paese scandinavo come la Svezia, il quale ha oltretutto chiaramente spiegato le linee guida che porteranno a questo cambiamento epocale, c’è da fidarsi. La Svezia, il primo paese dell’Unione Europea per innovazione, ha recentemente annunciato che la vera indipendenza dal petrolio sarà raggiunta a partire dal 2030, e questo grazie a politiche energetiche e di trasporto ben precise: la nazione scandinava ha infatti fortemente investito negli ultimi anni sul bioetanolo, tanto che già oggi l’85% delle Volvo e delle Saab vendute entro i confini nazionali montano motori di tipo flexfuel. Bisogna precisare che la Svezia ha dovuto rivedere le stime di questa indipendenza dall’oro nero, precedentemente fissate a partire dal 2020, per varie cause: su tutte ha pesato la crisi economica, oltre alle difficoltà oggettive nella produzione dei biocarburanti e alle realistiche prospettive di chiusura delle due case automobilistiche svedesi, Saab e Volvo. Il governo svedese ha quindi optato per una soluzione intermedia che prevede il taglio delle emissioni di CO2 del 40% entro il 2020 e, a partire da questa data, metà dell’energia del Paese verrà prodotta sfruttando risorse rinnovabili, la maggior parte delle automobili circoleranno grazie al bioetanolo di II generazione, prodotto dagli scarti organici e concime animale. Già oggi la maggior parte dell’energia svedese proviene da fonti rinnovabili (anche dal nucleare), e i riscaldamenti domestici sono forniti dal calore geotermico o da energia dispersa generata da processi industriali. L’ultimo settore ancora dipendente da risorse non rinnovabili era proprio quello dei trasporti, fino ad oggi. E pensare che è passato solamente un anno da quando l’annuncio del Ministro dei Trasporti, Maud Olofsson, di eliminare completamente la dipendenza dal petrolio per tutte le auto, scatenò una reazione rabbiosa da parte dei due colossi automobilistici svedesi. (Da yeslife.it)
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mercoledì 11 marzo 2009
La Puglia andrà a idrogeno
La Puglia e’ pronta per realizzare la prima rete in Italia di distributori di idrogeno per i veicoli. Dopo l’esperienza toscana, con l’idrogenodotto urbano di Arezzo e il distributore di idrogeno Agip, la regione pugliese si appresta a seguirne l’esempio ecologico facendo le cose in grande. La notizia è trapelata dalla presentazione di Energethica 2009, il salone dell’energia rinnovabile e sostenibile in programma dal 5 al 7 marzo alla Fiera di Genova. Dopo l’accordo di programma, siglato il 10 aprile dello scorso anno, tra la Regione Puglia ed il Ministero dell’ambiente, che prevedeva uno stanziamento di 5 milioni di euro per sei distributori nelle sei province pugliesi, il progetto aveva avuto una battuta di arresto. Ora invece ci sarebbero le condizioni per ripartire creando la più grande rete di distributori di idrogeno d’Italia, derivante da energie rinnovabili e non da metano. Il momento per una svolta in direzione rinnovabile è molto favorevole, per due motivi: - in primo luogo la profonda crisi dell’auto che impone una riconversione ecologica, con l’utilizzo di energie rinnovabili, diminuendo gradualmente la dipendenza dal petrolio; - in secondo luogo il regolamento dell’Unione Europea approvato il 4 febbraio, che prevede l’omologazione delle auto a idrogeno su tutto il territorio europeo entro due anni. Secondo il fisico Nicola Conenna, padre del progetto pugliese nonché presidente dell’Università dell’Idrogeno H2U, “l’energia radiante proveniente dal sole e’ la fonte energetica alla quale facciamo riferimento per la produzione di idrogeno – sottolinea Conenna - non inquina ed e’ garantita per 3-4 miliardi di anni’’. L’industria automobilistica è in grado di produrre motori elettrici senza alcun problema ma, probabilmente, si passerà attraverso una fase transitoria, che garantirà una minore efficienza, con l’utilizzo dell’idrometano: una miscela di metano e idrogeno che consentirebbe di alimentare l’attuale parco circolante di auto a metano (circa 500 mila veicoli). Ma le prospettive per l’uso dell’idrogeno non si limitano al settore auto. Il progetto di Conenna prevede anche l’utilizzo di motori ad idrogeno sulle imbarcazioni da diporto. Questa sarebbe anche una grande opportunità di risparmio per i pescherecci, in un settore come quello della pesca che, nell’estate del 2008, era stato messo in ginocchio dal caro petrolio. La scelta intrapresa dalla Puglia ha anche un forte significato nazionale perché equivale, indirettamente, ad un chiaro niet agli investimenti destinati all’energia nucleare che, in base all’accordo tra il governo e il presidente francese Sarkozy, vedranno la luce non prima del 2020. Il governatore della Puglia, Nichi Vendola, ha infatti dichiarato la sua regione off-limits per qualsiasi ipotesi nucleare, sottolineando come il piano energetico ambientale sia incompatibile con qualsiasi fonte nucleare. Il no alle centrali ed ai siti di stoccaggio delle scorie nucleari va ricordato che non è una posizione limitata alla sola Puglia, dato che tutte le Regioni hanno formalizzato, con atto ufficiale nella Commissione Ambiente, la propria contrarietà all’opzione nucleare. Probabilmente accompagnare il proprio no al nucleare con scelte di politiche energetiche sostenibili per le comunità, seguendo l’esempio della Puglia, potrebbe contribuire a far ragionare su come possano esistere delle alternative. Valide. (da Yeslife.it)
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martedì 24 febbraio 2009
LifeGate e lo sviluppo sostenibile
Nel 2001 Marco Roveda, dopo il successo di Fattoria Scaldasole marchio che ha aperto la strada al biologico in Italia , fonda LifeGate, azienda che promuove un modello economico incentrato sulle 3p di "people, planet e profit", nel quale il profitto convive con il rispetto per l'uomo e l'ambiente. Oggi LifeGate si avvale di un network composto da radio, Web e magazine, per informare e diffondere lo sviluppo sostenibile con una colonna sonora di qualità ed offre anche servizi di CSR per aiutare le aziende a gestire efficacemente le problematiche d'impatto sociale ed etico al loro interno e nelle zone di attività. Tra questi, Impatto Zero e ZeroE, energia rinnovabile a Impatto Zero con Edison.In occasione dell’anniversario del Protocollo di Kyoto, LifeGate lancia YouImpact, una nuova piattaforma di sharing rivolta ad una communità "ecotech" che si confronta, con un atteggiamento propositivo e in maniera divertente e piacevole, sulle tematiche ambientali, offrendo a tutti gli internauti la possibilità di condividere video, audio e immagini. Una nuova visione "green" dell’intrattenimento e della creatività. Ma anche un’iniziativa concreta per il futuro del pianeta: per ogni contenuto inserito in YouImpact, LifeGate con Impatto Zero si impegna a creare 1 mq di nuove foreste in Costa Rica.Non solo: ogni settimana è prevista l’assegnazione di un "bonus foresta" che premia i 50 contenuti più votati nella classifica generale e nei concorsi gestiti dal sito, per un ammontare complessivo di 202.020 mq di foresta all’anno. Il bonus vuole ricordare simbolicamente l’obiettivo del 202020 abbattere il 20 per cento delle emissioni di CO2 prodotte in Europa rispetto al 1990, produrre il 20 per cento di energia da fonti rinnovabili e aumentare del 20 per cento l'efficienza energetica previsto dall’Unione Europea entro il 2020 per combattere i cambiamenti climatici. Un ulteriore segno dell’impegno concreto di LifeGate a favore dell’ambiente è la versione online della conferenza stampa di presentazione di YouImpact, realizzata sulla soluzione Cisco WebEx per meeting e collaboration sul web, che ha permesso ai giornalisti di partecipare all’evento senza spostarsi, evitando così l’emissione in atmosfera di CO2. Cisco, leader nella fornitura di soluzioni di rete, è stato infatti il primo partner a sposare l’iniziativa.In occasione del lancio ha inoltre preso il via "The green effect", concorso che ha per tema il "Green IT", ossia la tecnologia amica dell’ambiente. Fino al 22 aprile, gli utenti potranno partecipare postando materiale audio, video e immagini che mostrano come la tecnologia possa integrarsi con la vita quotidiana per ridurne l’impatto ambientale. La community stessa decreterà i vincitori, votando i video entro il 22 maggio. I nove contributi migliori riceveranno un Bonus metri quadrati di foresta in Costa Rica. (Da Affari & Finanza)
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martedì 13 gennaio 2009
Milano finalista al mondiale di trasporto sostenibile
Da Finanza & Mercati
Anche Milano è in gara per il premio di città modello per le politiche di trasporto urbano. La cerimonia di premiazione dell’International Award for Sustainable Transport per incoronare la città nel mondo che maggiormente si è distinta nelle politiche di trasporto a tutela dell’ambiente, si svolgerà il prossimo 13 gennaio. In lizza 5 metropoli: New York, Istanbul, Città del Messico, Milano e strano a dirsi, anche l’inquinatissima Pechino. Ognuna delle finaliste è stata selezionata per un preciso progetto portato avanti nel 2008: eccoli.New York: per l’attuazione del PlaNYC 2030 del sindaco Michael Bloomberg con cui si è dato spazio a piste ciclabili, a giornate di blocco del traffico, implementando inoltre il servizio pubblico. Il dipartimento del trasporto newyorkese ha inoltre provveduto a riciclare il 40% dell’asfalto stradale.Pechino: per aver attivato restrizioni al trasporto cittadino anche dopo il periodo dei giochi olimpici. Tale limitazione, che impone ai proprietari di lasciare l’automobile a casa un giorno a settimana, ha ottenuto una riduzione del parco auto circolante quotidianamente di 800.000 veicoli. La città ha inoltre aggiunto una nuova linea di metropolitana, aumentato la flotta di autobus, riducendo invece i veicoli governativi del 30%. Inoltre un terzo del corpo di polizia è ora dotato di biciclette standard ed elettriche per le operazioni di pattugliamento. Milano: per l’introduzione dell’Ecopass, il primo provvedimento ambientale al mondo nel settore dei trasporti urbani basato sul principio dell’Unione Europea «Chi inquina paga». Milano inoltre ha varato il suo programma di biciclette condivise BikeMi, con 1.300 biciclette e 103 stazioni. Istanbul: per aver dato il via a Metrobus, un sistema Brt (Transito rapido di Autobus) che ora trasporta 450.000 passeggeri al giorno oltre 43 chilometri di strada preferenziale. Metrobus è stato realizzato sulla superstrada, così da poter raggiungere i 40 chilometri orari e riducendo di conseguenza il tempo di viaggio del 75%. Il sistema è integrato anche con la metropolitana e gli attuali servizi pubblici.Città del Messico: per l’attuazione di El Piano Verde, un programma di sviluppo sostenibile che in ambito mobilità ha portato all’ampliamento delle linee Brt e alla realizzazione di diverse piste ciclabili.
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
Anche Milano è in gara per il premio di città modello per le politiche di trasporto urbano. La cerimonia di premiazione dell’International Award for Sustainable Transport per incoronare la città nel mondo che maggiormente si è distinta nelle politiche di trasporto a tutela dell’ambiente, si svolgerà il prossimo 13 gennaio. In lizza 5 metropoli: New York, Istanbul, Città del Messico, Milano e strano a dirsi, anche l’inquinatissima Pechino. Ognuna delle finaliste è stata selezionata per un preciso progetto portato avanti nel 2008: eccoli.New York: per l’attuazione del PlaNYC 2030 del sindaco Michael Bloomberg con cui si è dato spazio a piste ciclabili, a giornate di blocco del traffico, implementando inoltre il servizio pubblico. Il dipartimento del trasporto newyorkese ha inoltre provveduto a riciclare il 40% dell’asfalto stradale.Pechino: per aver attivato restrizioni al trasporto cittadino anche dopo il periodo dei giochi olimpici. Tale limitazione, che impone ai proprietari di lasciare l’automobile a casa un giorno a settimana, ha ottenuto una riduzione del parco auto circolante quotidianamente di 800.000 veicoli. La città ha inoltre aggiunto una nuova linea di metropolitana, aumentato la flotta di autobus, riducendo invece i veicoli governativi del 30%. Inoltre un terzo del corpo di polizia è ora dotato di biciclette standard ed elettriche per le operazioni di pattugliamento. Milano: per l’introduzione dell’Ecopass, il primo provvedimento ambientale al mondo nel settore dei trasporti urbani basato sul principio dell’Unione Europea «Chi inquina paga». Milano inoltre ha varato il suo programma di biciclette condivise BikeMi, con 1.300 biciclette e 103 stazioni. Istanbul: per aver dato il via a Metrobus, un sistema Brt (Transito rapido di Autobus) che ora trasporta 450.000 passeggeri al giorno oltre 43 chilometri di strada preferenziale. Metrobus è stato realizzato sulla superstrada, così da poter raggiungere i 40 chilometri orari e riducendo di conseguenza il tempo di viaggio del 75%. Il sistema è integrato anche con la metropolitana e gli attuali servizi pubblici.Città del Messico: per l’attuazione di El Piano Verde, un programma di sviluppo sostenibile che in ambito mobilità ha portato all’ampliamento delle linee Brt e alla realizzazione di diverse piste ciclabili.
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
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lunedì 12 gennaio 2009
Caccia grossa alla Co2
Catturare l'anidride carbonica che c'è nell'aria. E seppellirla sotto terra. Non è facile, ma si può fare. Ecco i progetti in corso, che la Ue vuole finanziare
A qualcuno può apparire come nascondere la spazzatura sotto lo zerbino. Eppure, da quando tutto il mondo ha deciso che pur di trovare un sistema per ridurre la quantità di anidride carbonica presente in atmosfera tutte le strade sono buone, la 'carbon sequestration', cioè la cattura della CO2, è diventata missione prioritaria. L'ultimo rapporto dell'Energy Technology Prespectives 2008, condotto dall'Agenzia Internazionale dell'Energia (Iea), conferma infatti un forte trend di aumento delle emissioni di anidride carbonica collegate agli usi energetici. Gli analisti della Iea stimano un incremento delle emissioni del 130 per cento entro il 2050, rispetto ai livelli del 2005: dagli attuali 27 miliardi di tonnellate per anno a 62 miliardi di tonnellate per anno del 2050. Secondo l'Intergovernal Panel on Climate Change, raggiungere questo livello di emissioni comporterebbe conseguenze incalcolabili sull'uomo e sul pianeta. Sarebbe una vera e propria catastrofe, quella per intendersi descritta nel libro 'Sei Gradi' di Mark Lynas (Fazi Editore) in cui la vita, così come la conosciamo, sarà possibile solo in alcune ristrette aree intorno ai due Poli. Proprio per evitare questa catastrofe sono in molti a ritenere che anche la carbon sequestration possa fornire un supporto che vale la pena di esplorare. Prima di tutti ne è convinta l'Unione Europea che ha deciso di dare il via a una dozzina di impianti pilota che dimostrino l'efficacia su scala industriale di questa tecnologia. Del resto sono stati proprio gli europei quelli che per primi l'hanno messa in atto. Il primo impianto per la cattura geologica dell'anidride carbonica è infatti stato realizzato nel Mare del Nord a 250 chilometri dalle coste della Norvegia. Nell'immenso giacimento di Sleipner infatti la compagnia petrolifera norvegese Statoil ha iniziato a iniettare all'interno dello stesso giacimento a 2.500 metri sotto il livello del mare l'anidride carbonica presente in eccesso all'interno del metano che estraeva dallo stesso impianto. Con il passare degli anni questa tecnica ha permesso alla Statoil non solo di ottimizzare l'estrazione del metano dal giacimento, ma anche di risparmiare diverse centinaia di milioni di euro in termini di carbon tax. Nel giacimento di Sleipner ogni anno infatti viene sepolto un milione di tonnellate di anidride carbonica. Il successo di questa iniziativa ha spinto la Norvegia ad aprire un secondo impianto per la 'sequestrazione geologica' dell'anidride carbonica, stavolta nel Mare di Barents, in altro giacimento di gas naturale, quello di Snohvit. Attualmente in questo secondo impianto la Norvegia riesce a stoccare 700 mila tonnellate di CO2 ogni anno. Un altro impianto per lo stoccaggio di anidride carbonica all'interno di giacimenti di gas naturale è quello di In Salah nel cuore del Sahara algerino, che permette di sequestrare 1,2 milioni di tonnellate di anidride carbonica prodotta dalla raffinazione del metano ogni anno.
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
A qualcuno può apparire come nascondere la spazzatura sotto lo zerbino. Eppure, da quando tutto il mondo ha deciso che pur di trovare un sistema per ridurre la quantità di anidride carbonica presente in atmosfera tutte le strade sono buone, la 'carbon sequestration', cioè la cattura della CO2, è diventata missione prioritaria. L'ultimo rapporto dell'Energy Technology Prespectives 2008, condotto dall'Agenzia Internazionale dell'Energia (Iea), conferma infatti un forte trend di aumento delle emissioni di anidride carbonica collegate agli usi energetici. Gli analisti della Iea stimano un incremento delle emissioni del 130 per cento entro il 2050, rispetto ai livelli del 2005: dagli attuali 27 miliardi di tonnellate per anno a 62 miliardi di tonnellate per anno del 2050. Secondo l'Intergovernal Panel on Climate Change, raggiungere questo livello di emissioni comporterebbe conseguenze incalcolabili sull'uomo e sul pianeta. Sarebbe una vera e propria catastrofe, quella per intendersi descritta nel libro 'Sei Gradi' di Mark Lynas (Fazi Editore) in cui la vita, così come la conosciamo, sarà possibile solo in alcune ristrette aree intorno ai due Poli. Proprio per evitare questa catastrofe sono in molti a ritenere che anche la carbon sequestration possa fornire un supporto che vale la pena di esplorare. Prima di tutti ne è convinta l'Unione Europea che ha deciso di dare il via a una dozzina di impianti pilota che dimostrino l'efficacia su scala industriale di questa tecnologia. Del resto sono stati proprio gli europei quelli che per primi l'hanno messa in atto. Il primo impianto per la cattura geologica dell'anidride carbonica è infatti stato realizzato nel Mare del Nord a 250 chilometri dalle coste della Norvegia. Nell'immenso giacimento di Sleipner infatti la compagnia petrolifera norvegese Statoil ha iniziato a iniettare all'interno dello stesso giacimento a 2.500 metri sotto il livello del mare l'anidride carbonica presente in eccesso all'interno del metano che estraeva dallo stesso impianto. Con il passare degli anni questa tecnica ha permesso alla Statoil non solo di ottimizzare l'estrazione del metano dal giacimento, ma anche di risparmiare diverse centinaia di milioni di euro in termini di carbon tax. Nel giacimento di Sleipner ogni anno infatti viene sepolto un milione di tonnellate di anidride carbonica. Il successo di questa iniziativa ha spinto la Norvegia ad aprire un secondo impianto per la 'sequestrazione geologica' dell'anidride carbonica, stavolta nel Mare di Barents, in altro giacimento di gas naturale, quello di Snohvit. Attualmente in questo secondo impianto la Norvegia riesce a stoccare 700 mila tonnellate di CO2 ogni anno. Un altro impianto per lo stoccaggio di anidride carbonica all'interno di giacimenti di gas naturale è quello di In Salah nel cuore del Sahara algerino, che permette di sequestrare 1,2 milioni di tonnellate di anidride carbonica prodotta dalla raffinazione del metano ogni anno.
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
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martedì 16 dicembre 2008
«La sfida è affrontare il dopo Kyoto»
Tratto dal Sole 24 Ore
Una proposta di direttiva, quella appena varata a Bruxelles, che va nella direzione giusta, bilanciando sviluppo e sostenibilità. Che, però, bisognerà seguire negli sviluppi più immediati perché possa produrre tutti i suoi effetti. Aldo Fumagalli Romario, 50 anni, presidente e amministratore delegato del Gruppo Sol (gas industriali) fa il punto della situazione anche nella veste di presidente della Commissione sviluppo sostenibile di Confindustria. E traccia nuovi, possibili, scenari già dietro l'angolo.Fumagalli,a suo parere l'esito del round europeo sull'emission trading è in linea con lo spirito che caratterizza il suo impegno associativo tutto orientato allo sviluppo sostenibile?Penso di sì. Ne sono convinto, non a caso il progetto punta a raggiungere lo sviluppo attraverso la sostenibilità, sia in riferimento alle risorse disponibili sia a quelle attualmente a disposizione dell'intero pianeta. Che, ovviamente, non sono infinite.Qual è stato, secondo lei, lo snodo-chiave del negoziato appena concluso?Il tema emission trading ha trovato una sterzata nel fatto che ci si è focalizzati, alla fine, sulle energie rinnovabili e su un meccanismo premiante. Ma il vero snodo è stato quando il presidente Emma Marcegaglia, impegnandosi in prima persona, ha trovato l'intesa con le altre Confidustrie europee rappresentative di uno degli stakeholder in campo, cioè le aziende. Senza questa azione le conseguenze sarebbero state pesanti, con un sistema basato esclusivamente sull'acquisto di diritti di emissione per le lavorazioni che producono più Co2.Il nuovo progetto di direttiva, a questo punto, dovrà concretizzarsi in un testo definitivo da votare in Parlamento. Cosa ci può aspettare e, soprattutto, cosa c'è dietro l'angolo per gli stakeholder- aziende?Appunto, bisognerà concretizzare il progetto e bisognerà farlo bene. Non è un elemento nè facile nè scontato. Non era semplice, certo, nemmeno pensare a una svolta positiva in così poco tempo, così come si è appena realizzata. Penso che nessuno, soltanto a settembre avrebbe immaginato un simile ribaltamento.Si è molto discusso sulle prospettive di competitività per il sistema delle aziende europee da qui al 2020. Poi, la crisi scoppiata in autunno. E ora ?Ora bisognerà far sì che le questioni di tecnica legale anche in vista delle votazioni parlamentari che renderanno il provvedimento definitivo aiutinoad attuare lo spirito del negoziato in senso non restrittivo. Questa svolta è stata molto positiva. Ha premiato le aziende che si impegnano negli investimenti in energie rinnovabili. Ma non è tutto.In che senso?Trovo che siano molto positive la clausola di revisione e la flessibilità sui crediti per i progetti fatti fuori dall'Unione europea. L'anno prossimo, a Copenhagen, ci sarà un altro summit strategico. Vedremo.Quali criticità è possibile individuare, allo stato dei fatti?Intanto, bisognerà allargare il discorso anche a Stati Uniti e a Cina, India. L'Europa ha dato l'esempio,si è impegnata,ora bisognerà che anche queste nazioni si diano da fare da parte loro. Bisogna considerare che la programmazione pilota per l'immissione del Co2 nel sottosuolo dovrà rispondere al principio di equa distribuzione e quindi dovrà essere effettuata in maniera non squilibrata dal punto di vista pratico.Esistono spazi e margini ancora non ben definiti tra le varie categorie di aziende esentate dall'asta per l'acquisto di diritti di emissione.Alcune aziende consumano energia ma non emettono Co2, specie nel settore della chimica. Quindi sarebbe opportuno trovare una soluzione che non le penalizzi ulteriormente. E che estenda anche a loro il criterio premiante per chi investe in rinnovabili.
Anche i grandi gruppi iniziano a muoversi. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno a favore dell’ambiente
Una proposta di direttiva, quella appena varata a Bruxelles, che va nella direzione giusta, bilanciando sviluppo e sostenibilità. Che, però, bisognerà seguire negli sviluppi più immediati perché possa produrre tutti i suoi effetti. Aldo Fumagalli Romario, 50 anni, presidente e amministratore delegato del Gruppo Sol (gas industriali) fa il punto della situazione anche nella veste di presidente della Commissione sviluppo sostenibile di Confindustria. E traccia nuovi, possibili, scenari già dietro l'angolo.Fumagalli,a suo parere l'esito del round europeo sull'emission trading è in linea con lo spirito che caratterizza il suo impegno associativo tutto orientato allo sviluppo sostenibile?Penso di sì. Ne sono convinto, non a caso il progetto punta a raggiungere lo sviluppo attraverso la sostenibilità, sia in riferimento alle risorse disponibili sia a quelle attualmente a disposizione dell'intero pianeta. Che, ovviamente, non sono infinite.Qual è stato, secondo lei, lo snodo-chiave del negoziato appena concluso?Il tema emission trading ha trovato una sterzata nel fatto che ci si è focalizzati, alla fine, sulle energie rinnovabili e su un meccanismo premiante. Ma il vero snodo è stato quando il presidente Emma Marcegaglia, impegnandosi in prima persona, ha trovato l'intesa con le altre Confidustrie europee rappresentative di uno degli stakeholder in campo, cioè le aziende. Senza questa azione le conseguenze sarebbero state pesanti, con un sistema basato esclusivamente sull'acquisto di diritti di emissione per le lavorazioni che producono più Co2.Il nuovo progetto di direttiva, a questo punto, dovrà concretizzarsi in un testo definitivo da votare in Parlamento. Cosa ci può aspettare e, soprattutto, cosa c'è dietro l'angolo per gli stakeholder- aziende?Appunto, bisognerà concretizzare il progetto e bisognerà farlo bene. Non è un elemento nè facile nè scontato. Non era semplice, certo, nemmeno pensare a una svolta positiva in così poco tempo, così come si è appena realizzata. Penso che nessuno, soltanto a settembre avrebbe immaginato un simile ribaltamento.Si è molto discusso sulle prospettive di competitività per il sistema delle aziende europee da qui al 2020. Poi, la crisi scoppiata in autunno. E ora ?Ora bisognerà far sì che le questioni di tecnica legale anche in vista delle votazioni parlamentari che renderanno il provvedimento definitivo aiutinoad attuare lo spirito del negoziato in senso non restrittivo. Questa svolta è stata molto positiva. Ha premiato le aziende che si impegnano negli investimenti in energie rinnovabili. Ma non è tutto.In che senso?Trovo che siano molto positive la clausola di revisione e la flessibilità sui crediti per i progetti fatti fuori dall'Unione europea. L'anno prossimo, a Copenhagen, ci sarà un altro summit strategico. Vedremo.Quali criticità è possibile individuare, allo stato dei fatti?Intanto, bisognerà allargare il discorso anche a Stati Uniti e a Cina, India. L'Europa ha dato l'esempio,si è impegnata,ora bisognerà che anche queste nazioni si diano da fare da parte loro. Bisogna considerare che la programmazione pilota per l'immissione del Co2 nel sottosuolo dovrà rispondere al principio di equa distribuzione e quindi dovrà essere effettuata in maniera non squilibrata dal punto di vista pratico.Esistono spazi e margini ancora non ben definiti tra le varie categorie di aziende esentate dall'asta per l'acquisto di diritti di emissione.Alcune aziende consumano energia ma non emettono Co2, specie nel settore della chimica. Quindi sarebbe opportuno trovare una soluzione che non le penalizzi ulteriormente. E che estenda anche a loro il criterio premiante per chi investe in rinnovabili.
Anche i grandi gruppi iniziano a muoversi. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno a favore dell’ambiente
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giovedì 11 dicembre 2008
Gas serra, rimandata l'Italia: 44esima al mondo
Da Il Giornale
Il nostro Paese perde tre posizioni rispetto allo scorso anno precedendo di poco Polonia e Cina e avvicinandosi alle maglie nere di Usa e Arabia Saudita. Sotto accusa di Legambiente il deficit nei trasporti, le poco incisive politichecontro le emissioni di CO2 e il ritorno al carbone
Roma - Sempre più giù. Italia in caduta libera nel Climate Change Performance Index del German Watch, il rapporto internazionale che valuta la qualità degli interventi per la riduzione dei gas serra nei Paesi industrializzati ed emergenti realizzato con la collaborazione di Legambiente. L'Italia - che perde terreno rispetto alla scorso anno quando era al 41esimo posto - precede di poco Paesi come la Polonia e la Cina e ha le stesse performance negative del Giappone. Lo studio, che si sofferma sugli interventi positivi e strutturali di ogni singola nazione nel campo della lotta al riscaldamento globale, ci mette al 44esimo posto sui 57 Paesi a maggiori emissioni di CO2 (che insieme producono oltre il 90% dei gas serra a livello mondiale). Svezia, Germania e Francia sono il terzetto di testa. In quarta e quinta posizione, a sorpresa, ci sono India e Brasile. Mentre le ultime posizioni sono di Arabia Saudita, Canada e Usa.
Le critiche "Una performance disastrosa - sottolinea Legambiente, una delle associazioni ambientaliste internazionali che ha collaborato alla stesura del rapporto - che rispecchia il cronico ritardo del nostro Paese nel raggiungimento degli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto". A spingerci così in basso in questa graduatoria sono l'assenza di una strategia complessiva per abbattere le emissioni di CO2, una politica energetica che punta sull’aumento dell’uso del carbone, il deficit di trasporti a basse emissioni. A 11 anni dalla firma del Protocollo di Kyoto c’è la constatazione che l'Italia è uno dei Paesi europei dove i gas serra sono cresciuti rispetto ai livelli del 1990 (+9,9%), nonostante il trattato internazionale imponga un taglio del 6,5%.
Punti forti "A salvare l'Italia dagli ultimissimi posti della classifica - sottolinea ancora Legambiente - le poche ma importanti misure adottate in questi anni, come il conto energia per la promozione del fotovoltaico o gli incentivi del 55 per cento per l'efficienza energetica. E la situazione dell'Italia - come sottolinea il rapporto -potrebbe presto diventare ancora peggiore, anche per il ruolo all'interno dei negoziati internazionali in corso. Insieme alla Polonia l'Italia è il paese che merita il giudizio più negativo sul piano internazionale per i ripetuti tentativi di sabotare il pacchetto energia e clima dell'Unione europea".
Il nostro Paese perde tre posizioni rispetto allo scorso anno precedendo di poco Polonia e Cina e avvicinandosi alle maglie nere di Usa e Arabia Saudita. Sotto accusa di Legambiente il deficit nei trasporti, le poco incisive politichecontro le emissioni di CO2 e il ritorno al carbone
Roma - Sempre più giù. Italia in caduta libera nel Climate Change Performance Index del German Watch, il rapporto internazionale che valuta la qualità degli interventi per la riduzione dei gas serra nei Paesi industrializzati ed emergenti realizzato con la collaborazione di Legambiente. L'Italia - che perde terreno rispetto alla scorso anno quando era al 41esimo posto - precede di poco Paesi come la Polonia e la Cina e ha le stesse performance negative del Giappone. Lo studio, che si sofferma sugli interventi positivi e strutturali di ogni singola nazione nel campo della lotta al riscaldamento globale, ci mette al 44esimo posto sui 57 Paesi a maggiori emissioni di CO2 (che insieme producono oltre il 90% dei gas serra a livello mondiale). Svezia, Germania e Francia sono il terzetto di testa. In quarta e quinta posizione, a sorpresa, ci sono India e Brasile. Mentre le ultime posizioni sono di Arabia Saudita, Canada e Usa.
Le critiche "Una performance disastrosa - sottolinea Legambiente, una delle associazioni ambientaliste internazionali che ha collaborato alla stesura del rapporto - che rispecchia il cronico ritardo del nostro Paese nel raggiungimento degli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto". A spingerci così in basso in questa graduatoria sono l'assenza di una strategia complessiva per abbattere le emissioni di CO2, una politica energetica che punta sull’aumento dell’uso del carbone, il deficit di trasporti a basse emissioni. A 11 anni dalla firma del Protocollo di Kyoto c’è la constatazione che l'Italia è uno dei Paesi europei dove i gas serra sono cresciuti rispetto ai livelli del 1990 (+9,9%), nonostante il trattato internazionale imponga un taglio del 6,5%.
Punti forti "A salvare l'Italia dagli ultimissimi posti della classifica - sottolinea ancora Legambiente - le poche ma importanti misure adottate in questi anni, come il conto energia per la promozione del fotovoltaico o gli incentivi del 55 per cento per l'efficienza energetica. E la situazione dell'Italia - come sottolinea il rapporto -potrebbe presto diventare ancora peggiore, anche per il ruolo all'interno dei negoziati internazionali in corso. Insieme alla Polonia l'Italia è il paese che merita il giudizio più negativo sul piano internazionale per i ripetuti tentativi di sabotare il pacchetto energia e clima dell'Unione europea".
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lunedì 8 dicembre 2008
Il pacchetto UE: obiettivi per il 2020
Obiettivi per il 2020 Il piano dell'Unione europea per combattere il surriscaldamento globale della terra e i cambiamenti climatici si chiama «20-20-20» perché si pone tre diversi obiettivi, tutti accomunati dal numero 20 e da raggiungere, appunto, entro il 2020.Gas serra:-20% Il piano prevede la riduzione dei gas ad effetto serra del 20% (o del 30%, previo accordo internazionale) entro il 2020. Il principale gas serra è il biossido di carbonio (CO2) Consumi:-20% I Paesi membri dovrebbero ridurre i consumi energetici del 20% attraverso un aumento dell'efficienza energetica, sempre entro il 2020 Fonti rinnovabili: 20% Il terzo e ultimo obiettivo è di ampliare fino al 20% la quota delle fonti energetiche rinnovabili utilizzate per soddisfare il fabbisogno energetico di ciascun Paese. (da Il Sole 24 Ore)
E anche i grandi gruppi iniziano a muoversi. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno a favore dell’ambiente
E anche i grandi gruppi iniziano a muoversi. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno a favore dell’ambiente
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martedì 25 novembre 2008
Sul clima buone nuove
Da l'Opinione
Il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, in un’audizione alle Commissioni riunite Ambiente e Industria del Senato, sul pacchetto Ue clima-energia, ha dichiarato che è necessario “fare giustizia delle molte generalizzazioni che sono state fatte, spesso strumentalmente, per presentare il nostro Paese come quello che in ambito europeo remava contro l’impegno per l’ambiente”. Il Ministro ha aggiunto che verrà trovata una intesa nella riunione dei capi di Governo del prossimo mese di dicembre affinché “la battaglia europea per l’ambiente non veda battute d’arresto ma possa proseguire in una cornice di realismo e concretezza”. Parlando del pacchetto Ue clima-energia il Ministro ha annunciato la creazione di un gruppo di lavoro misto Italia-Germania per fare il punto sui settori di interesse comune per assicurare la competitività per quei settori a rischio delocalizzazione. Preso atto di queste precisazioni che superano le troppe semplicifazioni delle scorse settimane, Vincenzo Pepe, Presidente di FareAmbiente, commenta con non poca soddisfazione anche le buone notizie che arrivano dagli Stati Uniti, dove secondo fonti accreditate il neo presidente eletto Obama avrebbe intenzione di dare una sterzata alla politica ambientale americana e di impegnarsi sul fronte dei cambiamenti climatici. Secondo Pepe: “Gli Stati Uniti possono giocare un ruolo importante nella lotta ai cambiamenti climatici. Attraverso una politica ambientale basata sullo sviluppo sostenibile possiamo percorrere la via d’uscita alla crisi economica mondiale”.
Come i big del petrolio cercano di imopegnarsi per lo sviluppo sostenibile, il caso dell'Eni
Il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, in un’audizione alle Commissioni riunite Ambiente e Industria del Senato, sul pacchetto Ue clima-energia, ha dichiarato che è necessario “fare giustizia delle molte generalizzazioni che sono state fatte, spesso strumentalmente, per presentare il nostro Paese come quello che in ambito europeo remava contro l’impegno per l’ambiente”. Il Ministro ha aggiunto che verrà trovata una intesa nella riunione dei capi di Governo del prossimo mese di dicembre affinché “la battaglia europea per l’ambiente non veda battute d’arresto ma possa proseguire in una cornice di realismo e concretezza”. Parlando del pacchetto Ue clima-energia il Ministro ha annunciato la creazione di un gruppo di lavoro misto Italia-Germania per fare il punto sui settori di interesse comune per assicurare la competitività per quei settori a rischio delocalizzazione. Preso atto di queste precisazioni che superano le troppe semplicifazioni delle scorse settimane, Vincenzo Pepe, Presidente di FareAmbiente, commenta con non poca soddisfazione anche le buone notizie che arrivano dagli Stati Uniti, dove secondo fonti accreditate il neo presidente eletto Obama avrebbe intenzione di dare una sterzata alla politica ambientale americana e di impegnarsi sul fronte dei cambiamenti climatici. Secondo Pepe: “Gli Stati Uniti possono giocare un ruolo importante nella lotta ai cambiamenti climatici. Attraverso una politica ambientale basata sullo sviluppo sostenibile possiamo percorrere la via d’uscita alla crisi economica mondiale”.
Come i big del petrolio cercano di imopegnarsi per lo sviluppo sostenibile, il caso dell'Eni
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mercoledì 29 ottobre 2008
Ortis: «Ambiente, il piano Ue peserà anche sulle bollette»
Sul Sole 24 Ore il presidente dell'Autorità dell'energia
Si è detto che la politica ambientale europea, e quella del «20-20-20» messa nel mirino dal governo Berlusconi, avrà costi difficilmente sopportabili dalle imprese. Ma non sarà una passeggiata neppure per i consumatori, se si dà retta al presidente dell'Autorità per l'energia, Alessandro Ortis: «Al di là dei diversi scenari prospettati dalla Commissione o dall'esecutivo — spiega — una ricaduta sui costi per le imprese e per le famiglie ci sarà, tenuto conto che nel nostro attuale sistema la "componente energia" pesa per oltre il 60% sulle bollette». Secondo alcune stime su cui l'Autorità al momento preferisce non pronunciarsi, se venisse confermata l'intenzione di far pagare le quote di emissione l'impatto sulle bollette finali potrebbe arrivare addirittura al 10% per il periodo successivo al 2012.Il 20-20-20 europeo avrà i suoi costi ma anche ricadute positive, dice la commissione Ue. Ma chi sosterrà i primi e beneficerà dei secondi? «La difesa dell'ambiente è un obiettivo da perseguire, ma occorre però riflettere se davvero gli attuali provvedimenti europei portino a ricadute positive in termini di "sviluppo sostenibile". L'esperienza maturata fino a oggi ha dimostrato che a fronte di obiettivi di riduzione dei gas serra sfidanti ed onerosi per l'Europa, il non impegno degli Stati Uniti e il forte aumento delle emissioni di giganti come la Cina e l'India, hanno di fatto vanificato i risultati conseguiti».Ma non si può vietare a Cina e India di crescere e ambire a migliori condizioni di vita, non crede? «Ciò che accennavo prima, però, è accaduto non solo per soddisfare, giustamente, la domanda interna di Paesi emergenti ma anche per effetto di produzioni delocalizzate proprio negli stessi paesi che fino ad ora si sono sottratti a limiti e vincoli ambientali di tipo europeo».Nel frattempo ci siamo dimenticati che al 2012 scadrà l'impegno di Kyoto, dove l'italia è parecchio indietro. Di nuovo, chi pagherà il possibile sforamento di quegli obiettivi, sempre i consumatori in bolletta? «Lo scorso anno, in un'audizione alla Commissione ambiente della Camera, avevamo già evidenziato come gli impegni ambientali assunti dall'Italia nel settore elettrico destassero preoccupazione. Il meccanismo di "emission trading", nell'attuale ripartizione, rischia infatti di tradursi in un aggravio dei prezzi medi fino a 5 euro per megawattora nel periodo 2008-2012 sul mercato all'ingrosso dell'energia».L'alternativa è semplicemente ridurre o addirittura fermare l'impegno europeo su fronte delle rinnovabili e della CO2? Ma se lo farà l'Europa cosa accadrà con gli Stati Uniti e la Cina, i maggiori «inquinatori»? «La lotta ai cambiamenti climatici è un problema globale. La risposta, dunque, non può che essere altrettanto globale, coinvolgendo tutti i continenti, tutti i settori, non solo energetici, e tutti i meccanismi di interscambio. Ciò significa che gli strumenti finora messi in campo vanno aggiornati ».Facile a dirsi più difficile a farsi.. «Ripropongo una mia idea: invece che insistere su misure unilaterali "cap and trade" (ovvero porre un limite massimo alle emissioni e commerciare le quote assegnate, ndr), basate in Europa sulle emissioni dei singoli Stati, si potrebbe valutare un approccio integrato, a livello internazionale, di politiche ambientali e commerciali che scoraggi forme di "dumping" ambientale e che, con accordi a livello Wto, guardi anche al "contenuto di Co2" dei prodotti finali che sono messi in commercio».
L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni
Si è detto che la politica ambientale europea, e quella del «20-20-20» messa nel mirino dal governo Berlusconi, avrà costi difficilmente sopportabili dalle imprese. Ma non sarà una passeggiata neppure per i consumatori, se si dà retta al presidente dell'Autorità per l'energia, Alessandro Ortis: «Al di là dei diversi scenari prospettati dalla Commissione o dall'esecutivo — spiega — una ricaduta sui costi per le imprese e per le famiglie ci sarà, tenuto conto che nel nostro attuale sistema la "componente energia" pesa per oltre il 60% sulle bollette». Secondo alcune stime su cui l'Autorità al momento preferisce non pronunciarsi, se venisse confermata l'intenzione di far pagare le quote di emissione l'impatto sulle bollette finali potrebbe arrivare addirittura al 10% per il periodo successivo al 2012.Il 20-20-20 europeo avrà i suoi costi ma anche ricadute positive, dice la commissione Ue. Ma chi sosterrà i primi e beneficerà dei secondi? «La difesa dell'ambiente è un obiettivo da perseguire, ma occorre però riflettere se davvero gli attuali provvedimenti europei portino a ricadute positive in termini di "sviluppo sostenibile". L'esperienza maturata fino a oggi ha dimostrato che a fronte di obiettivi di riduzione dei gas serra sfidanti ed onerosi per l'Europa, il non impegno degli Stati Uniti e il forte aumento delle emissioni di giganti come la Cina e l'India, hanno di fatto vanificato i risultati conseguiti».Ma non si può vietare a Cina e India di crescere e ambire a migliori condizioni di vita, non crede? «Ciò che accennavo prima, però, è accaduto non solo per soddisfare, giustamente, la domanda interna di Paesi emergenti ma anche per effetto di produzioni delocalizzate proprio negli stessi paesi che fino ad ora si sono sottratti a limiti e vincoli ambientali di tipo europeo».Nel frattempo ci siamo dimenticati che al 2012 scadrà l'impegno di Kyoto, dove l'italia è parecchio indietro. Di nuovo, chi pagherà il possibile sforamento di quegli obiettivi, sempre i consumatori in bolletta? «Lo scorso anno, in un'audizione alla Commissione ambiente della Camera, avevamo già evidenziato come gli impegni ambientali assunti dall'Italia nel settore elettrico destassero preoccupazione. Il meccanismo di "emission trading", nell'attuale ripartizione, rischia infatti di tradursi in un aggravio dei prezzi medi fino a 5 euro per megawattora nel periodo 2008-2012 sul mercato all'ingrosso dell'energia».L'alternativa è semplicemente ridurre o addirittura fermare l'impegno europeo su fronte delle rinnovabili e della CO2? Ma se lo farà l'Europa cosa accadrà con gli Stati Uniti e la Cina, i maggiori «inquinatori»? «La lotta ai cambiamenti climatici è un problema globale. La risposta, dunque, non può che essere altrettanto globale, coinvolgendo tutti i continenti, tutti i settori, non solo energetici, e tutti i meccanismi di interscambio. Ciò significa che gli strumenti finora messi in campo vanno aggiornati ».Facile a dirsi più difficile a farsi.. «Ripropongo una mia idea: invece che insistere su misure unilaterali "cap and trade" (ovvero porre un limite massimo alle emissioni e commerciare le quote assegnate, ndr), basate in Europa sulle emissioni dei singoli Stati, si potrebbe valutare un approccio integrato, a livello internazionale, di politiche ambientali e commerciali che scoraggi forme di "dumping" ambientale e che, con accordi a livello Wto, guardi anche al "contenuto di Co2" dei prodotti finali che sono messi in commercio».
L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni
Energie rinnovabili: serve una rivoluzione copernicana
Da Liberazione
Mentre continua ad infuriare, malgrado le immissioni di liquidità di migliaia di miliardi di dollari, di euro e di yen, la crisi dei mercati finanziari e si sviluppa in Europa e in Italia un largo confronto sulle misure della UE contro la crisi ambientale gli articoli di Alfonso Gianni e di Marcello Cini sottolineano che "questo è il momento per la sinistra di costruire e fare valere una propria visione del futuro e della società che sia contemporaneamente la ricetta di fondo per uscire da questa crisi". Partendo da queste premesse vorrei fare alcune considerazioni che continuano un impegno di mie riflessioni e di proposte a cui Liberazione in passato ha dato spazio. Nel XX secolo le grandi rivoluzioni leniniste della Russia, della Cina, del Vietnam fino ad arrivare al Sud Africa ed ora all'America Latina, sono avvenute sulla base dell'alleanza degli operai e dei partiti che li rappresentavano con le sterminate masse contadine che sono state protagoniste sia della rivoluzione d'Ottobre sia della Lunga Marcia di Mao. Rivoluzioni che hanno posto fine ad un periodo della storia iniziato nel 1492 che ha dato all'occidente il dominio del mondo: la globalizzazione colonialista del genocidio degli indiani d'America, della tratta degli schiavi neri, della guerra dell'oppio e in ultimo all'apartheid del Sud Africa. Queste grandi rivoluzioni non ci hanno portato "sulla luna" di una società socialista quale noi sognavamo ma hanno certamente redistribuito ricchezze e poteri tra i principali raggruppamenti nazionali del mondo. Una società multipolare. Del resto anche la grande rivoluzione francese è riuscita sì ad aprire la strada alla libertà di commercio e di impresa e al diritto dei sudditi a farsi riconoscere come cittadini ma non a fare grandi progressi sulla strada dell'egalité e della fraternité. L'altra grande crisi sistemica che è maturata, anche a causa dell'entrata di grandi popoli ex coloniali nella modernità, è quella di un sistema di capitalismo industriale basato sulle energie fossili: il carbone dell'800 che ha sostituito le vele con i piroscafi le diligenze con le ferrovie, i telai meccanici etc. Questa svolta tecnologica è stata alla base anche dello sviluppo della classe operaia e della cultura dell'organizzazione politica che, a partire da Il Manifesto di Marx ed Engels, si è sviluppata a cominciare dai paesi più industrializzati.Alla fine dell'800 è cominciata l'era del petrolio, iniziata negli USA, la cui prorompente diffusione è stata lucidamente avvertita dal fondo di un carcere fascista da Antonio Gramsci con i suoi scritti su "americanismo e fordismo" e che, dopo la II guerra Mondiale, si è diffusa in tutti i paesi occidentali costituendo la base dell'egemonia americana.Dopo due secoli di straordinario sviluppo industriale che ora si estende a quasi tutto il mondo questo modello basato sulle energie fossili si è rivelato, come Marcello Cini ricorda e come centinaia di scienziati hanno nel corso degli ultimi decenni sottolineato e i primi grandi disastri ambientali dimostrano, insostenibile in quanto attraverso questi processi produttivi vengono rimmessi nell'atmosfera composti di carbonio e di altre sostanze che l'evoluzione naturale nel corso di milioni di anni aveva sottratto dall'atmosfera e immagazzinato nelle profondità della terra rendendola vivibile come oggi la conosciamo. Non riconoscere la necessità della fine di questo periodo storico dell'umanità significa, specie per chi vuole comunque collegarsi alle analisi del materialismo storico, porsi fuori dalla realtà e quindi fuori da ogni possibilità di influire sull'economia e sulla politica di ogni paese. A mio avviso la crisi del movimento No Global è dovuta principalmente al fatto di non avere posto al centro della giusta critica alla globalizzazione capitalistica questo elemento di debolezza fondamentale del sistema economico basato sul profitto che costituisce, oggi nel XXI secolo, "l'anello più debole della catena". In questo quadro si colloca l'attuale crisi dell'egemonia americana (si rilegga il libro di Immanuel Wallerstein Il declino dell'America) che è cominciata con la sconfitta del Vietnam e si conclude oggi con la crisi finanziaria di Wall Street che non pochi commentatori hanno paragonato alla caduta del muro di Berlino. L'avvento di un sistema unipolare al posto dell'equilibrio del terrore atomico bipolare, che aveva caratterizzato la seconda metà del secolo scorso, è durato in termini storici lo "spazio di un mattino". I due colossi che si sono svenati nel corso della guerra fredda hanno perso entrambi la loro egemonia: simul stabant et simul cadunt. Partendo dall'analisi di queste tre crisi: globalizzazione coloniale, crisi ambientale e crisi dell'egemonia americana, si può avviare la ricerca di linee nuove di azione per la sinistra italiana, europea e globale. La crisi ambientale è di tale portata che pur in un periodo dominato dal pensiero e dalla pratiche neoliberiste a livello mondiale ad iniziativa soprattutto di alcuni paesi dell'Ue, con forte presenza ambientalista, e dell'Unione nel suo complesso è stata avviata una contrattazione a livello mondiale sfociata negli accordi di Kyoto che prevedono in linea di principio un intervento degli Stati nell'economia per ridurre le emissioni inquinanti al fine di evitare il disastro ambientale. La storia di queste trattative è estremamente significativa per l'azione che l'America ha svolto, prima con Clinton, che ha subordinato la sua firma degli accordi all'abbassamento dei vincoli inizialmente proposti e poi del suo successore Bush che si è rifiutato di riconoscere il patto firmato dal suo predecessore. Questo fatto ha un grande rilievo sia per individuare il ruolo degli Usa nella battaglia contro l'effetto serra sia per sottolineare il loro isolamento visto che, anche per l'adesione della Russia di Putin, è stato raggiunto il quorum di paesi e di emissioni necessarie per l'entrata in vigore degli accordi (Berlusconi imitando Bush nel suo attacco di questi giorni agli accordi di Kyoto ha affermato che li contesta perchè sono firmati dal governo Prodi).Ma la crisi ambientale continua ad andare avanti e quindi la Ue è stata costretta a stabilire un altro giro di vite (il 20-20 e 20) che ha scopi tecnici immediati ma ha, dal punto di vista politico, un valore alto per rafforzare il peso della UE nella trattativa che si va ad iniziare a livello mondiale per i nuovi e più performanti accordi tipo Kyoto, con la partecipazione questa volta anche della Cina, dell'India e degli Stati Uniti. Il programma elettorale di Obama, prevede l'annullamento delle importazioni di petrolio dal Medio Oriente e incentivi alle energie alternative capaci di creare 5 milioni di nuovi posti di lavoro non delocalizzabili, e gli Usa e la Cina stanno raggiungendo la Germania nei primi posti tra i paesi produttori di energia eolica.Può la sinistra non essere presente con il suo radicalismo necessario in questo dibattito e in questa battaglia decisiva per la difesa dell'ambiente e per la costruzione di una nuova società? Qui un'ultima riflessione. Il passaggio dalle fonti fossili alle fonti rinnovabili è un passaggio epocale come l'avvio della rivoluzione industriale basata sul carbone, sul petrolio e sulle altre energie fossili. Questo passaggio ha già effetti positivi in paesi come la Spagna, la Germania, la Danimarca etc. e più li avrà in futuro sull'occupazione, sullo sviluppo industriale, sulla bilancia dei pagamenti ed anche sul famigerato PIL. Siccome il sole, il vento sono a disposizione di tutti e non sono quotati in borsa si va determinando una redistribuzione di poteri all'interno del sistema economico e quindi anche del sistema politico. E quindi si possono creare le condizioni per nuovi rapporti sociali e politici. Naturalmente è ovvio che i poteri forti, ancorati al vecchio sistema, si oppongano in ogni modo, anche confondendo le acque attraverso i mass media, a questa trasformazione radicale del sistema energetico. E' ovvio, altresì, che un governo come quello di Berlusconi assuma posizioni retrograde come il ritorno al nucleare già condannato dal popolo italiano con il referendum dell'8 e 9 novembre 1987 e l'attacco alle proposte ambientaliste del Parlamento Europeo con l'inquietante compagnia di viaggio di poco raccomandabili residui del Patto di Varsavia. Perciò è necessario uno sviluppo non solo culturale, non solo di mobilitazioni di massa in varie manifestazioni ma anche di un'organizzazione che concretamente si inserisca nel processo di trasformazione energetica. Per fare un esempio: Alfonso Gianni ricorda che il governo Prodi ha, stavolta ben consigliato, trasferito nella legislazione italiana, con un suo provvedimento sul Conto Energia per gli impianti fotovoltaici, i principi già vigenti da oltre un decennio, in Germania. Questo ha portato già ad alcuni modesti risultati ma afferma il diritto per tutti i cittadini italiani di costruire sul tetto della propria casa un impianto solare fotovoltaico capace di produrre tutta l'energia necessaria liberando così le famiglie dalle bollette sia della luce che del gas e addirittura fornendo un diritto a ricevere un pagamento per l'energia in esubero immessa in rete. Una possibile rivoluzione copernicana del sistema energetico che interessa un terzo di tutti i consumi energetici del paese. Difendere e realizzare questo diritto, che sarà certamente insidiato dal governo Berlusconi, (assieme al risparmio e alle altre energie rinnovabili) è una delle sfide fondamentali per lo sviluppo anche democratico del nostro paese.
Mentre continua ad infuriare, malgrado le immissioni di liquidità di migliaia di miliardi di dollari, di euro e di yen, la crisi dei mercati finanziari e si sviluppa in Europa e in Italia un largo confronto sulle misure della UE contro la crisi ambientale gli articoli di Alfonso Gianni e di Marcello Cini sottolineano che "questo è il momento per la sinistra di costruire e fare valere una propria visione del futuro e della società che sia contemporaneamente la ricetta di fondo per uscire da questa crisi". Partendo da queste premesse vorrei fare alcune considerazioni che continuano un impegno di mie riflessioni e di proposte a cui Liberazione in passato ha dato spazio. Nel XX secolo le grandi rivoluzioni leniniste della Russia, della Cina, del Vietnam fino ad arrivare al Sud Africa ed ora all'America Latina, sono avvenute sulla base dell'alleanza degli operai e dei partiti che li rappresentavano con le sterminate masse contadine che sono state protagoniste sia della rivoluzione d'Ottobre sia della Lunga Marcia di Mao. Rivoluzioni che hanno posto fine ad un periodo della storia iniziato nel 1492 che ha dato all'occidente il dominio del mondo: la globalizzazione colonialista del genocidio degli indiani d'America, della tratta degli schiavi neri, della guerra dell'oppio e in ultimo all'apartheid del Sud Africa. Queste grandi rivoluzioni non ci hanno portato "sulla luna" di una società socialista quale noi sognavamo ma hanno certamente redistribuito ricchezze e poteri tra i principali raggruppamenti nazionali del mondo. Una società multipolare. Del resto anche la grande rivoluzione francese è riuscita sì ad aprire la strada alla libertà di commercio e di impresa e al diritto dei sudditi a farsi riconoscere come cittadini ma non a fare grandi progressi sulla strada dell'egalité e della fraternité. L'altra grande crisi sistemica che è maturata, anche a causa dell'entrata di grandi popoli ex coloniali nella modernità, è quella di un sistema di capitalismo industriale basato sulle energie fossili: il carbone dell'800 che ha sostituito le vele con i piroscafi le diligenze con le ferrovie, i telai meccanici etc. Questa svolta tecnologica è stata alla base anche dello sviluppo della classe operaia e della cultura dell'organizzazione politica che, a partire da Il Manifesto di Marx ed Engels, si è sviluppata a cominciare dai paesi più industrializzati.Alla fine dell'800 è cominciata l'era del petrolio, iniziata negli USA, la cui prorompente diffusione è stata lucidamente avvertita dal fondo di un carcere fascista da Antonio Gramsci con i suoi scritti su "americanismo e fordismo" e che, dopo la II guerra Mondiale, si è diffusa in tutti i paesi occidentali costituendo la base dell'egemonia americana.Dopo due secoli di straordinario sviluppo industriale che ora si estende a quasi tutto il mondo questo modello basato sulle energie fossili si è rivelato, come Marcello Cini ricorda e come centinaia di scienziati hanno nel corso degli ultimi decenni sottolineato e i primi grandi disastri ambientali dimostrano, insostenibile in quanto attraverso questi processi produttivi vengono rimmessi nell'atmosfera composti di carbonio e di altre sostanze che l'evoluzione naturale nel corso di milioni di anni aveva sottratto dall'atmosfera e immagazzinato nelle profondità della terra rendendola vivibile come oggi la conosciamo. Non riconoscere la necessità della fine di questo periodo storico dell'umanità significa, specie per chi vuole comunque collegarsi alle analisi del materialismo storico, porsi fuori dalla realtà e quindi fuori da ogni possibilità di influire sull'economia e sulla politica di ogni paese. A mio avviso la crisi del movimento No Global è dovuta principalmente al fatto di non avere posto al centro della giusta critica alla globalizzazione capitalistica questo elemento di debolezza fondamentale del sistema economico basato sul profitto che costituisce, oggi nel XXI secolo, "l'anello più debole della catena". In questo quadro si colloca l'attuale crisi dell'egemonia americana (si rilegga il libro di Immanuel Wallerstein Il declino dell'America) che è cominciata con la sconfitta del Vietnam e si conclude oggi con la crisi finanziaria di Wall Street che non pochi commentatori hanno paragonato alla caduta del muro di Berlino. L'avvento di un sistema unipolare al posto dell'equilibrio del terrore atomico bipolare, che aveva caratterizzato la seconda metà del secolo scorso, è durato in termini storici lo "spazio di un mattino". I due colossi che si sono svenati nel corso della guerra fredda hanno perso entrambi la loro egemonia: simul stabant et simul cadunt. Partendo dall'analisi di queste tre crisi: globalizzazione coloniale, crisi ambientale e crisi dell'egemonia americana, si può avviare la ricerca di linee nuove di azione per la sinistra italiana, europea e globale. La crisi ambientale è di tale portata che pur in un periodo dominato dal pensiero e dalla pratiche neoliberiste a livello mondiale ad iniziativa soprattutto di alcuni paesi dell'Ue, con forte presenza ambientalista, e dell'Unione nel suo complesso è stata avviata una contrattazione a livello mondiale sfociata negli accordi di Kyoto che prevedono in linea di principio un intervento degli Stati nell'economia per ridurre le emissioni inquinanti al fine di evitare il disastro ambientale. La storia di queste trattative è estremamente significativa per l'azione che l'America ha svolto, prima con Clinton, che ha subordinato la sua firma degli accordi all'abbassamento dei vincoli inizialmente proposti e poi del suo successore Bush che si è rifiutato di riconoscere il patto firmato dal suo predecessore. Questo fatto ha un grande rilievo sia per individuare il ruolo degli Usa nella battaglia contro l'effetto serra sia per sottolineare il loro isolamento visto che, anche per l'adesione della Russia di Putin, è stato raggiunto il quorum di paesi e di emissioni necessarie per l'entrata in vigore degli accordi (Berlusconi imitando Bush nel suo attacco di questi giorni agli accordi di Kyoto ha affermato che li contesta perchè sono firmati dal governo Prodi).Ma la crisi ambientale continua ad andare avanti e quindi la Ue è stata costretta a stabilire un altro giro di vite (il 20-20 e 20) che ha scopi tecnici immediati ma ha, dal punto di vista politico, un valore alto per rafforzare il peso della UE nella trattativa che si va ad iniziare a livello mondiale per i nuovi e più performanti accordi tipo Kyoto, con la partecipazione questa volta anche della Cina, dell'India e degli Stati Uniti. Il programma elettorale di Obama, prevede l'annullamento delle importazioni di petrolio dal Medio Oriente e incentivi alle energie alternative capaci di creare 5 milioni di nuovi posti di lavoro non delocalizzabili, e gli Usa e la Cina stanno raggiungendo la Germania nei primi posti tra i paesi produttori di energia eolica.Può la sinistra non essere presente con il suo radicalismo necessario in questo dibattito e in questa battaglia decisiva per la difesa dell'ambiente e per la costruzione di una nuova società? Qui un'ultima riflessione. Il passaggio dalle fonti fossili alle fonti rinnovabili è un passaggio epocale come l'avvio della rivoluzione industriale basata sul carbone, sul petrolio e sulle altre energie fossili. Questo passaggio ha già effetti positivi in paesi come la Spagna, la Germania, la Danimarca etc. e più li avrà in futuro sull'occupazione, sullo sviluppo industriale, sulla bilancia dei pagamenti ed anche sul famigerato PIL. Siccome il sole, il vento sono a disposizione di tutti e non sono quotati in borsa si va determinando una redistribuzione di poteri all'interno del sistema economico e quindi anche del sistema politico. E quindi si possono creare le condizioni per nuovi rapporti sociali e politici. Naturalmente è ovvio che i poteri forti, ancorati al vecchio sistema, si oppongano in ogni modo, anche confondendo le acque attraverso i mass media, a questa trasformazione radicale del sistema energetico. E' ovvio, altresì, che un governo come quello di Berlusconi assuma posizioni retrograde come il ritorno al nucleare già condannato dal popolo italiano con il referendum dell'8 e 9 novembre 1987 e l'attacco alle proposte ambientaliste del Parlamento Europeo con l'inquietante compagnia di viaggio di poco raccomandabili residui del Patto di Varsavia. Perciò è necessario uno sviluppo non solo culturale, non solo di mobilitazioni di massa in varie manifestazioni ma anche di un'organizzazione che concretamente si inserisca nel processo di trasformazione energetica. Per fare un esempio: Alfonso Gianni ricorda che il governo Prodi ha, stavolta ben consigliato, trasferito nella legislazione italiana, con un suo provvedimento sul Conto Energia per gli impianti fotovoltaici, i principi già vigenti da oltre un decennio, in Germania. Questo ha portato già ad alcuni modesti risultati ma afferma il diritto per tutti i cittadini italiani di costruire sul tetto della propria casa un impianto solare fotovoltaico capace di produrre tutta l'energia necessaria liberando così le famiglie dalle bollette sia della luce che del gas e addirittura fornendo un diritto a ricevere un pagamento per l'energia in esubero immessa in rete. Una possibile rivoluzione copernicana del sistema energetico che interessa un terzo di tutti i consumi energetici del paese. Difendere e realizzare questo diritto, che sarà certamente insidiato dal governo Berlusconi, (assieme al risparmio e alle altre energie rinnovabili) è una delle sfide fondamentali per lo sviluppo anche democratico del nostro paese.
giovedì 23 ottobre 2008
L’Europa è pronta per la green revolution? E l’Italia?
L’Unione europea è consapevole che quello dei cambiamenti climatici è il più grande dramma a cui si sta andando incontro, a livello planetario, e che questa rappresenti quindi una delle maggiori sfide che si devono affrontare tutti insieme. Per questo l’UE cerca di muoversi compatta in un’unica direzione, e a dimostrazione di ciò l’approvazione del piano 20-20-20 su clima ed energia è un passo decisivo per contrastare i cambiamenti climatici. Il piano europeo prevede il raggiungimento del 20 per cento della produzione energetica da fonti rinnovabili, il miglioramento del 20 per cento dell’efficienza e un taglio del 20 per cento nelle emissioni di anidride carbonica: tutti traguardi da raggiungere entro la data del 2020. A questi obiettivi si vanno ad aggiungere la creazione di un mercato interno dell’energia che apporti benefici reali e tangibili ai privati e alle imprese, una migliore integrazione della politica energetica dell’UE con le altre politiche come l’agricoltura e il commercio, e l’intensificazione della collaborazione a livello nazionale. Questa è quindi la linea da seguire indicata dai paesi europei. Le proposte dell’UE, inoltre, sono in linea con l’impegno a promuovere la crescita economica e l’occupazione: ricerche ufficiali dimostrano che anticipando la rivoluzione energetica si creeranno anche nuove opportunità di lavoro sul fronte delle imprese e della ricerca. (dal sito yeslife.it)
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mercoledì 15 ottobre 2008
L’Ue boccia le richieste italiane: «Sul clima nessuna flessibilità»
Da Il Giorno
«Di fronte a una minaccia mondiale come quella dei cambiamenti climatici serve una risposta mondiale. Spuntiamo tutta la flessibilità possibile, ma dobbiamo mantenere gli obiettivi concordati». Alla vigilia del Consiglio europeo che dovrà approvare l’obiettivo Ue di ridurre del 20% le emissioni di gas serra, di aumentare del 20% la produzione di energia da rinnovabili così come l’efficienza energetica, il presidente della commissione Ue, Josè Manuel Barroso, fissa paletti chiari contro l’annacquamento del piano varato dalla Commissione. L’Italia sarà in prima fila, con la Polonia, nella richiesta di maggiore flessibilità. E da Confindustria, dopo la presa di posizione comune con gli industriali tedeschi, arriva una nuova bordata contro Bruxelles e a favore della strategia del governo. «In questo momento di profonda crisi dei mercati finanziari — scrive viale dell’Astronomia — le misure previste nel pacchetto sull’energia e i cambiamenti climatici finirebbero con l’essere fortemente penalizzanti per il settore produttivo e controproducenti per la ripresa economica dell’Ue» e «comporterebbero delocalizzazioni e cancellazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro». «Pur confermando l’impegno nel sostenere le necessarie strategie per una riduzione delle emissioni di CO2 — osserva Confindustria — occorre evidenziare come tale impegno verrebbe meno se la competitività delle imprese venisse pregiudicata come conseguenza di queste misure. Se il pacchetto fosse approvato, il sistema industriale italiano sarebbe chiamato a pagare una nuova tassa superiore ai 20 miliardi di euro all’anno, una cifra superiore all’1,5% del Pil del Paese». Il governo italiano non arriverà al veto che Confindustria fa capire sarebbe necessario (e che il ministro dell’Ambiente ha pur ventilato) ma chiederà clausole di revisione per tener conto degli sviluppi internazionali (nel caso non si raggiunga un accordo mondiale sul «post Kyoto» nel 2009), deroghe per i settori più energivori, la possibilità di effettuare integralmente i tagli delle emissioni all’estero e una sorta di «valutazione dell’impatto economico» delle misure. Ma Barroso, col consenso della maggioranza degli Stati, non molla. «IL NOSTRO ruolo — ha detto — è chiedere di non dimenticare i nostri impegni sottoscritti unanimamente. Spero che prevalga l’etica della responsabilità, non l’ottica del breve periodo». Proprio ieri Oms, autorità per la sicurezza alimentare europea e Fao hanno presentato uno studio nel quale si rilanciano gli allarmi e si osserva che il cambiamento climatico «potrebbe costare fino al 5% del prodotto interno lordo mondiale entro la fine del secolo».
«Di fronte a una minaccia mondiale come quella dei cambiamenti climatici serve una risposta mondiale. Spuntiamo tutta la flessibilità possibile, ma dobbiamo mantenere gli obiettivi concordati». Alla vigilia del Consiglio europeo che dovrà approvare l’obiettivo Ue di ridurre del 20% le emissioni di gas serra, di aumentare del 20% la produzione di energia da rinnovabili così come l’efficienza energetica, il presidente della commissione Ue, Josè Manuel Barroso, fissa paletti chiari contro l’annacquamento del piano varato dalla Commissione. L’Italia sarà in prima fila, con la Polonia, nella richiesta di maggiore flessibilità. E da Confindustria, dopo la presa di posizione comune con gli industriali tedeschi, arriva una nuova bordata contro Bruxelles e a favore della strategia del governo. «In questo momento di profonda crisi dei mercati finanziari — scrive viale dell’Astronomia — le misure previste nel pacchetto sull’energia e i cambiamenti climatici finirebbero con l’essere fortemente penalizzanti per il settore produttivo e controproducenti per la ripresa economica dell’Ue» e «comporterebbero delocalizzazioni e cancellazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro». «Pur confermando l’impegno nel sostenere le necessarie strategie per una riduzione delle emissioni di CO2 — osserva Confindustria — occorre evidenziare come tale impegno verrebbe meno se la competitività delle imprese venisse pregiudicata come conseguenza di queste misure. Se il pacchetto fosse approvato, il sistema industriale italiano sarebbe chiamato a pagare una nuova tassa superiore ai 20 miliardi di euro all’anno, una cifra superiore all’1,5% del Pil del Paese». Il governo italiano non arriverà al veto che Confindustria fa capire sarebbe necessario (e che il ministro dell’Ambiente ha pur ventilato) ma chiederà clausole di revisione per tener conto degli sviluppi internazionali (nel caso non si raggiunga un accordo mondiale sul «post Kyoto» nel 2009), deroghe per i settori più energivori, la possibilità di effettuare integralmente i tagli delle emissioni all’estero e una sorta di «valutazione dell’impatto economico» delle misure. Ma Barroso, col consenso della maggioranza degli Stati, non molla. «IL NOSTRO ruolo — ha detto — è chiedere di non dimenticare i nostri impegni sottoscritti unanimamente. Spero che prevalga l’etica della responsabilità, non l’ottica del breve periodo». Proprio ieri Oms, autorità per la sicurezza alimentare europea e Fao hanno presentato uno studio nel quale si rilanciano gli allarmi e si osserva che il cambiamento climatico «potrebbe costare fino al 5% del prodotto interno lordo mondiale entro la fine del secolo».
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lunedì 13 ottobre 2008
Quel pasticciaccio delle quote smog
Ambiente Sono 45 le aziende italiane sanzionate per avere emesso troppa anidride carbonica. Le multe fioccano (40 euro per ogni tonnellata di CO2). Pure gli errori e i ricorsi. Da Panorama
Scattano le prime multe emesse per il mancato rispetto delle quote di emissioni di anidride carbonica. E per le aziende italiane, insieme al danno, qualche volta arriva la beffa. In diversi casi gli impianti sanzionati hanno adempiuto gli obblighi ambientali imposti, ma, per una serie di errori per lo più di carattere tecnico e informatico, appaiono inadempienti. Le aziende protestano e i ricorsi fioccano.
Per rispettare gli obiettivi del protocollo di Kyoto l’Unione Europea ha messo in campo un sistema di scambio di quote di emissioni di CO2. Ogni paese ha un tetto massimo che è stato ripartito fra le attività industriali che consumano più energia e quindi emettono più CO2 nell’aria: settore termoelettrico, raffinerie di petrolio, cokerie, impianti per la produzione e la trasformazione di metalli ferrosi, industria dei prodotti minerali come cemento, calce, vetro e fibre di vetro, ceramiche, impianti di fabbricazione di pasta per carta, carta e cartone. Se un’azienda supera la quantità assegnata, può ridurre le sue emissioni o acquistare quanto le serve sul mercato dalle imprese più virtuose. Altrimenti si paga una multa.
Nell’elenco delle aziende che risultano, per ora, «non conformi» ci sono parecchie cartiere: lo stabilimento di Alzano Lombardo delle storiche Cartiere Paolo Pigna, le Nuove Cartiere di Tivoli, le Cartiere della Valtellina, la Cartiera Etruria, la Ico Industria Cartone Ondulato. E il marchio dei Zegna Baruffa Lane Borgosesia, la Procter & Gamble Italia, alcuni impianti di combustione e centrali termoelettriche. Quindi i cementifici come Edilcalce e Fornaci Baglioni. Alcune acciaierie come la Dalmine, società del gruppo Tenaris produttrice di tubi in acciaio, e la Bari Fonderie Meridionali. Fra i nomi anche l’impianto fiorentino di Nuovo Pignone, un tempo fonderia e oggi capofila della divisione Oil & Gas della General Electric Infrastructure nel mercato delle turbine a gas e a vapore. Presenti anche vetrerie, come la Kimble Italiana, azienda produttrice di tubi in vetro per siringhe, la Vetreria Cooperativa Piegarese, la Manfredonia Vetro.
In totale, mancano all’appello 4,4 milioni di tonnellate di CO2. Per tutte le imprese la stessa accusa: aver emesso più anidride di quanto assegnato o aver ripianato il debito dopo la scadenza prevista. Di qui la multa di 40 euro per ogni tonnellata di anidride carbonica.
Scattano le prime multe emesse per il mancato rispetto delle quote di emissioni di anidride carbonica. E per le aziende italiane, insieme al danno, qualche volta arriva la beffa. In diversi casi gli impianti sanzionati hanno adempiuto gli obblighi ambientali imposti, ma, per una serie di errori per lo più di carattere tecnico e informatico, appaiono inadempienti. Le aziende protestano e i ricorsi fioccano.
Per rispettare gli obiettivi del protocollo di Kyoto l’Unione Europea ha messo in campo un sistema di scambio di quote di emissioni di CO2. Ogni paese ha un tetto massimo che è stato ripartito fra le attività industriali che consumano più energia e quindi emettono più CO2 nell’aria: settore termoelettrico, raffinerie di petrolio, cokerie, impianti per la produzione e la trasformazione di metalli ferrosi, industria dei prodotti minerali come cemento, calce, vetro e fibre di vetro, ceramiche, impianti di fabbricazione di pasta per carta, carta e cartone. Se un’azienda supera la quantità assegnata, può ridurre le sue emissioni o acquistare quanto le serve sul mercato dalle imprese più virtuose. Altrimenti si paga una multa.
Nell’elenco delle aziende che risultano, per ora, «non conformi» ci sono parecchie cartiere: lo stabilimento di Alzano Lombardo delle storiche Cartiere Paolo Pigna, le Nuove Cartiere di Tivoli, le Cartiere della Valtellina, la Cartiera Etruria, la Ico Industria Cartone Ondulato. E il marchio dei Zegna Baruffa Lane Borgosesia, la Procter & Gamble Italia, alcuni impianti di combustione e centrali termoelettriche. Quindi i cementifici come Edilcalce e Fornaci Baglioni. Alcune acciaierie come la Dalmine, società del gruppo Tenaris produttrice di tubi in acciaio, e la Bari Fonderie Meridionali. Fra i nomi anche l’impianto fiorentino di Nuovo Pignone, un tempo fonderia e oggi capofila della divisione Oil & Gas della General Electric Infrastructure nel mercato delle turbine a gas e a vapore. Presenti anche vetrerie, come la Kimble Italiana, azienda produttrice di tubi in vetro per siringhe, la Vetreria Cooperativa Piegarese, la Manfredonia Vetro.
In totale, mancano all’appello 4,4 milioni di tonnellate di CO2. Per tutte le imprese la stessa accusa: aver emesso più anidride di quanto assegnato o aver ripianato il debito dopo la scadenza prevista. Di qui la multa di 40 euro per ogni tonnellata di anidride carbonica.
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venerdì 10 ottobre 2008
Studio Ue rivela: "Deforestazione fa più danni di crisi mutui"
L'economia globale paga conseguenze maggiori a causa della deforestazione che non a causa dell'attuale crisi bancaria. Secondo uno studio commissionato dall'Unione Europea, infatti, il costo annuale dei tagli delle foreste si aggira attorno ai 2-5mila miliardi di dollari. La stima viene calcolata sommando il valore dei vari "servizi" che le foreste assicurano all'ecosistema, come fornire acqua pulita e assorbire il biossido di carbonio
lunedì 6 ottobre 2008
L'Unione scommette sulle diversità del territorio
Dal Sole 24 Ore
«L'Europa non riuscirà ad affrontare preparata le sfide globali, se non coinvolgerà le sue regioni e le sue città. Parlo di sfide legate alla competitività, all'approvvigionamento energetico, al clima e ai trend demografici. Per vincerle occorre mobilizzare tutto il nostro potenziale di crescita ». La Commissaria Europea alle Politiche Regionali Danuta Hübner spiega così al Sole 24 Ore lo slogan «Regioni e città in un mondo di sfide » degli Open Days 2008, l'evento annuale dell'Europa regionale che si apre oggi a Bruxelles.I quattro temi portanti dell'edizione 2008 sono ricerca e innovazione, sviluppo sostenibile e cambio climatico, cooperazione regionale e futuro della politica di coesione. In tema di innovazione, l'accento sarà posto sulle persistenti disparità regionali in materia di ricerca e sviluppo: l'allarme europeo riguarda in particolare le 86 regioni (tra cui quelle del nostro Mezzogiorno) che hanno una performance innovativa inferiore alla media Ue. Quanto a clima e sviluppo sostenibile, la politica regionale ha stanziato 100 miliardi di euro per gli investimenti ambientali (programmazione 2007-2013) mentre sul tema della cooperazione territoriale – le regioni europee sono già impegnate in progetti di tipo transfrontaliero – si farà il punto sui programmi da realizzare entro il 2013.Infine il dibattito sul futuro della politica di coesione post-2013. «Nessuna regione dovrà essere lasciata fuori dalla politica di coesione – chiarisce la Commissaria Hübner –. È una politica che stimola la crescita e la competitività. Incanalando le regioni in un network europeo e facendole cooperare, fornisce loro la forza per affrontare con successo le sfide dell'economia globale. È pur vero che non può esistere una politica regionale adatta a tutte le regioni: ovviamente le priorità dovranno variare, a seconda dei territori. Ma non posso immaginare una politica di coesione limitata a un solo gruppo di regioni».Danuta Hübner presenterà oggi il Libro Verde sulla Coesione Territoriale, che intende fornire soluzioni per un maggior bilanciamento tra i differenti livelli di sviluppo regionale. Al Sole 24 Ore anticipa che: «Vi esporremo il risultato della nostra indagine sulla diversità dei "territori" europei. Vogliamo mostrare quanto sono importanti: le loro politiche sono essenziali per una risposta efficace di tutta l'Ue alla globalizzazione. La diversità territoriale in Europa va considerata come un potenziale, non come un handicap».Durante gli Open Days 2008 nelle singole regioni sono previsti 233 eventi, 22 dei quali in Italia, tra forum tavole rotonde e dibattiti. Per la Commissaria Europea Hübner «le regioni italiane presentano diversi punti di forza, quali il grande attivismo negli investimenti sull'efficienza energetica e sulle rinnovabili, la forte tradizione imprenditoriale e i buoni collegamenti tra il livello politico, quello aziendale e il mondo dell'università».
«L'Europa non riuscirà ad affrontare preparata le sfide globali, se non coinvolgerà le sue regioni e le sue città. Parlo di sfide legate alla competitività, all'approvvigionamento energetico, al clima e ai trend demografici. Per vincerle occorre mobilizzare tutto il nostro potenziale di crescita ». La Commissaria Europea alle Politiche Regionali Danuta Hübner spiega così al Sole 24 Ore lo slogan «Regioni e città in un mondo di sfide » degli Open Days 2008, l'evento annuale dell'Europa regionale che si apre oggi a Bruxelles.I quattro temi portanti dell'edizione 2008 sono ricerca e innovazione, sviluppo sostenibile e cambio climatico, cooperazione regionale e futuro della politica di coesione. In tema di innovazione, l'accento sarà posto sulle persistenti disparità regionali in materia di ricerca e sviluppo: l'allarme europeo riguarda in particolare le 86 regioni (tra cui quelle del nostro Mezzogiorno) che hanno una performance innovativa inferiore alla media Ue. Quanto a clima e sviluppo sostenibile, la politica regionale ha stanziato 100 miliardi di euro per gli investimenti ambientali (programmazione 2007-2013) mentre sul tema della cooperazione territoriale – le regioni europee sono già impegnate in progetti di tipo transfrontaliero – si farà il punto sui programmi da realizzare entro il 2013.Infine il dibattito sul futuro della politica di coesione post-2013. «Nessuna regione dovrà essere lasciata fuori dalla politica di coesione – chiarisce la Commissaria Hübner –. È una politica che stimola la crescita e la competitività. Incanalando le regioni in un network europeo e facendole cooperare, fornisce loro la forza per affrontare con successo le sfide dell'economia globale. È pur vero che non può esistere una politica regionale adatta a tutte le regioni: ovviamente le priorità dovranno variare, a seconda dei territori. Ma non posso immaginare una politica di coesione limitata a un solo gruppo di regioni».Danuta Hübner presenterà oggi il Libro Verde sulla Coesione Territoriale, che intende fornire soluzioni per un maggior bilanciamento tra i differenti livelli di sviluppo regionale. Al Sole 24 Ore anticipa che: «Vi esporremo il risultato della nostra indagine sulla diversità dei "territori" europei. Vogliamo mostrare quanto sono importanti: le loro politiche sono essenziali per una risposta efficace di tutta l'Ue alla globalizzazione. La diversità territoriale in Europa va considerata come un potenziale, non come un handicap».Durante gli Open Days 2008 nelle singole regioni sono previsti 233 eventi, 22 dei quali in Italia, tra forum tavole rotonde e dibattiti. Per la Commissaria Europea Hübner «le regioni italiane presentano diversi punti di forza, quali il grande attivismo negli investimenti sull'efficienza energetica e sulle rinnovabili, la forte tradizione imprenditoriale e i buoni collegamenti tra il livello politico, quello aziendale e il mondo dell'università».
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