«L'energia può contribuire a fare uscire dalla crisi, e le fonti rinnovabili possono rappresen-tare, per un Paese come l'Italia, anche una delle opportunità di rilancio di settori nuovi dell'industria e della ricerca, in funzione anticiclica. A patto, però, di riuscire ad indirizzare gli interventi sulle tecnologie e sui metodi di incentivazione capaci di ben coniugare efficacia ambientale, alta ricaduta sul sistema Paese, corretto impatto dei costi sui consumatori finali».Lo ha affermato, in un'audizione in Commissione Ambiente del Senato, il presidente dell'Autorità per l'energia, Alessandro Ortis, che anche nel recete passato ha sottolineato l'assoluta necessità di riequilibrare i nostri approvvigionamenti energetici con una serie di azioni combinate che puntino anche sul nucleare, oltre che sull'efficienza. «Appare necessario sottolineare ancora il ruolo rilevante e strategico che dovrebbe essere attribuito allo sviluppo dell'efficienza energetica, tra le prevalenti opportunità d'azione e di accordi internazionali a favore dello sviluppo sostenibile» ha insistito anche ieri Ortis.Certamente dura la sfida per l'Italia. L'obiettivo europeo di utilizzo di fonti rinnovabili per il 20% del consumo finale di energia, rileva Ortis, «è stato allocato a ciascun Paese membro sulla base di criteri che hanno portato a definire per l'Italia un obiettivo nazionale del 17%». Un obiettivo che equivale «a 28 Mtep di energia finale che dovrà essere attribuibile alle sole fonti rinnovabili» e che «eccede già le potenzialità, anche solo teoriche, di sviluppo delle rinnovabili nazionale».Ed ogni passo in questa direzione è davvero oneroso, rileva Ortis ricordando che «già attualmente l'incentivazione delle rinnovabili pesa per oltre 3 miliardi di euro l'anno sulle bollette degli italiani, pari al 6% della pesa totale di una famiglia tipo». (Da Il Sole 24 Ore)
L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni
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giovedì 26 febbraio 2009
giovedì 30 ottobre 2008
Se l’asfalto "mangia" lo smog e diventa amico dell’ambiente
Il vecchio asfalto, quel concentrato di roccia calcarea e derivati del petrolio, è diventato a sorpresa il migliore amico dell’ambiente. Miracoli delle fiammate del greggio che stanno convertendo l’industria del bitume alle regole del business verde. Una pennellata di polverina cristallina, biossido di titanio, trasforma le code di auto ai caselli in piccole praterie "mangia smog". Mentre tutto il manto stradale (preferibilmente riciclato) assorbe energia solare e produce chilowattora sostenibili. E ancora il sale dormiente, nascosto tra le pietre porose, nella pancia di piccole e grandi infrastrutture, che si sveglia al primo gelo sciogliendo il ghiaccio. E poi pavimenti senza bitumi, composti invece di materiali inerti e soprattutto "freddi", per combattere la calura estiva nelle città. Progetti in cantiere e innovazioni già calpestabili con le quattro ruote. Tutti temi all’ordine del giorno in casa delle imprese dell’asfalto italiano, il secondo mercato in Europa con una produzione annua di 40 milioni di tonnellate, un giro d’affari di 3,5 miliardi e 500 mila addetti, che passeranno in rassegna nel corso di Asphaltica, il Salone interamente dedicato alla filiera dell’asfalto che si terrà dal 27 al 29 novembre alla Fiera di Padova. «Calano gli investimenti per le grandi opere, mentre schizzano i costi delle materie prime. La risposta per evitare il declino è la sostenibilità ambientale. Un percorso che le imprese italiane hanno imboccato da tempo, attrezzando i laboratori di ricerca e sviluppo, aumentando la spesa per l’innovazione», racconta Stefano Ravaioli direttore generale di Siteb, l’associazione di categoria, con orgoglio ma anche con amarezza. Perché «la pubblica amministrazione è rimasta indietro. Nei capitolati d’appalto mancano spesso riferimenti a soluzioni ecocompatibili. Il patrimonio di know how e ricerca rischia di restare in bottega. Aumentando, a caro prezzo, la nostra dipendenza dal petrolio». Un dato su tutti: negli Stati Uniti l’80% della rete stradale è ricavata da asfalto riciclato, in Italia solo il 20% contro una capacità almeno doppia. «Le normative non ci aiutano. Nel corso della sua vita su strada, l’asfalto assorbe inquinanti di ogni genere. Da qui le preoccupazioni delle amministrazioni e degli ambientalisti che hanno reso difficile, se non impraticabile, il riciclo. Un errore perché con la ripulitura del materiale grattiamo via tutta la superficie "sporca"».Ma il pioniere della sgommata anti CO2 è Claudio Terruzzi, amministratore delegato della Global Engeneering, azienda lombarda, che ha brevettato nel 2002 l’asfalto "mangia smog". Si tratta di ecorivestimenti in ossido di titanio che, una volta applicati al manto stradale, consentono di abbattere 32 tonnellate di inquinanti l’anno, quantità emessa da 15 mila veicoli. Il risultato è reso possibile dal processo di fotocatalisi che si attiva grazie all’azione combinata di luce e aria, decomponendo monossodi di carbonio e affini in agenti innocui, come sali minerali e calcare. E dopo la diffidenza iniziale, ora il business incomincia a girare: a Milano queste idropitture sono state utilizzate per 70 mila metri quadri di pareti interne di Rho Pero, il parcheggio Atm di Famagosta, e poi a Segrate, a Cesena, Brescia, Cinisello Balsamo. e su un tratto della statale di Ortisei, a Bolzano. Ativa, la società che gestisce le tangenziali di Torino e le autostrade che portano dal capoluogo piemontese a Ivrea, Santhià e Pinerolo, ha sposato già dal 2006 l’asfalto mangia smog, realizzando il primo casello autostradale ecoattivo del mondo a Beinasco, alle porte di Torino. (da Affari & Finanza)
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mercoledì 29 ottobre 2008
Ortis: «Ambiente, il piano Ue peserà anche sulle bollette»
Sul Sole 24 Ore il presidente dell'Autorità dell'energia
Si è detto che la politica ambientale europea, e quella del «20-20-20» messa nel mirino dal governo Berlusconi, avrà costi difficilmente sopportabili dalle imprese. Ma non sarà una passeggiata neppure per i consumatori, se si dà retta al presidente dell'Autorità per l'energia, Alessandro Ortis: «Al di là dei diversi scenari prospettati dalla Commissione o dall'esecutivo — spiega — una ricaduta sui costi per le imprese e per le famiglie ci sarà, tenuto conto che nel nostro attuale sistema la "componente energia" pesa per oltre il 60% sulle bollette». Secondo alcune stime su cui l'Autorità al momento preferisce non pronunciarsi, se venisse confermata l'intenzione di far pagare le quote di emissione l'impatto sulle bollette finali potrebbe arrivare addirittura al 10% per il periodo successivo al 2012.Il 20-20-20 europeo avrà i suoi costi ma anche ricadute positive, dice la commissione Ue. Ma chi sosterrà i primi e beneficerà dei secondi? «La difesa dell'ambiente è un obiettivo da perseguire, ma occorre però riflettere se davvero gli attuali provvedimenti europei portino a ricadute positive in termini di "sviluppo sostenibile". L'esperienza maturata fino a oggi ha dimostrato che a fronte di obiettivi di riduzione dei gas serra sfidanti ed onerosi per l'Europa, il non impegno degli Stati Uniti e il forte aumento delle emissioni di giganti come la Cina e l'India, hanno di fatto vanificato i risultati conseguiti».Ma non si può vietare a Cina e India di crescere e ambire a migliori condizioni di vita, non crede? «Ciò che accennavo prima, però, è accaduto non solo per soddisfare, giustamente, la domanda interna di Paesi emergenti ma anche per effetto di produzioni delocalizzate proprio negli stessi paesi che fino ad ora si sono sottratti a limiti e vincoli ambientali di tipo europeo».Nel frattempo ci siamo dimenticati che al 2012 scadrà l'impegno di Kyoto, dove l'italia è parecchio indietro. Di nuovo, chi pagherà il possibile sforamento di quegli obiettivi, sempre i consumatori in bolletta? «Lo scorso anno, in un'audizione alla Commissione ambiente della Camera, avevamo già evidenziato come gli impegni ambientali assunti dall'Italia nel settore elettrico destassero preoccupazione. Il meccanismo di "emission trading", nell'attuale ripartizione, rischia infatti di tradursi in un aggravio dei prezzi medi fino a 5 euro per megawattora nel periodo 2008-2012 sul mercato all'ingrosso dell'energia».L'alternativa è semplicemente ridurre o addirittura fermare l'impegno europeo su fronte delle rinnovabili e della CO2? Ma se lo farà l'Europa cosa accadrà con gli Stati Uniti e la Cina, i maggiori «inquinatori»? «La lotta ai cambiamenti climatici è un problema globale. La risposta, dunque, non può che essere altrettanto globale, coinvolgendo tutti i continenti, tutti i settori, non solo energetici, e tutti i meccanismi di interscambio. Ciò significa che gli strumenti finora messi in campo vanno aggiornati ».Facile a dirsi più difficile a farsi.. «Ripropongo una mia idea: invece che insistere su misure unilaterali "cap and trade" (ovvero porre un limite massimo alle emissioni e commerciare le quote assegnate, ndr), basate in Europa sulle emissioni dei singoli Stati, si potrebbe valutare un approccio integrato, a livello internazionale, di politiche ambientali e commerciali che scoraggi forme di "dumping" ambientale e che, con accordi a livello Wto, guardi anche al "contenuto di Co2" dei prodotti finali che sono messi in commercio».
L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni
Si è detto che la politica ambientale europea, e quella del «20-20-20» messa nel mirino dal governo Berlusconi, avrà costi difficilmente sopportabili dalle imprese. Ma non sarà una passeggiata neppure per i consumatori, se si dà retta al presidente dell'Autorità per l'energia, Alessandro Ortis: «Al di là dei diversi scenari prospettati dalla Commissione o dall'esecutivo — spiega — una ricaduta sui costi per le imprese e per le famiglie ci sarà, tenuto conto che nel nostro attuale sistema la "componente energia" pesa per oltre il 60% sulle bollette». Secondo alcune stime su cui l'Autorità al momento preferisce non pronunciarsi, se venisse confermata l'intenzione di far pagare le quote di emissione l'impatto sulle bollette finali potrebbe arrivare addirittura al 10% per il periodo successivo al 2012.Il 20-20-20 europeo avrà i suoi costi ma anche ricadute positive, dice la commissione Ue. Ma chi sosterrà i primi e beneficerà dei secondi? «La difesa dell'ambiente è un obiettivo da perseguire, ma occorre però riflettere se davvero gli attuali provvedimenti europei portino a ricadute positive in termini di "sviluppo sostenibile". L'esperienza maturata fino a oggi ha dimostrato che a fronte di obiettivi di riduzione dei gas serra sfidanti ed onerosi per l'Europa, il non impegno degli Stati Uniti e il forte aumento delle emissioni di giganti come la Cina e l'India, hanno di fatto vanificato i risultati conseguiti».Ma non si può vietare a Cina e India di crescere e ambire a migliori condizioni di vita, non crede? «Ciò che accennavo prima, però, è accaduto non solo per soddisfare, giustamente, la domanda interna di Paesi emergenti ma anche per effetto di produzioni delocalizzate proprio negli stessi paesi che fino ad ora si sono sottratti a limiti e vincoli ambientali di tipo europeo».Nel frattempo ci siamo dimenticati che al 2012 scadrà l'impegno di Kyoto, dove l'italia è parecchio indietro. Di nuovo, chi pagherà il possibile sforamento di quegli obiettivi, sempre i consumatori in bolletta? «Lo scorso anno, in un'audizione alla Commissione ambiente della Camera, avevamo già evidenziato come gli impegni ambientali assunti dall'Italia nel settore elettrico destassero preoccupazione. Il meccanismo di "emission trading", nell'attuale ripartizione, rischia infatti di tradursi in un aggravio dei prezzi medi fino a 5 euro per megawattora nel periodo 2008-2012 sul mercato all'ingrosso dell'energia».L'alternativa è semplicemente ridurre o addirittura fermare l'impegno europeo su fronte delle rinnovabili e della CO2? Ma se lo farà l'Europa cosa accadrà con gli Stati Uniti e la Cina, i maggiori «inquinatori»? «La lotta ai cambiamenti climatici è un problema globale. La risposta, dunque, non può che essere altrettanto globale, coinvolgendo tutti i continenti, tutti i settori, non solo energetici, e tutti i meccanismi di interscambio. Ciò significa che gli strumenti finora messi in campo vanno aggiornati ».Facile a dirsi più difficile a farsi.. «Ripropongo una mia idea: invece che insistere su misure unilaterali "cap and trade" (ovvero porre un limite massimo alle emissioni e commerciare le quote assegnate, ndr), basate in Europa sulle emissioni dei singoli Stati, si potrebbe valutare un approccio integrato, a livello internazionale, di politiche ambientali e commerciali che scoraggi forme di "dumping" ambientale e che, con accordi a livello Wto, guardi anche al "contenuto di Co2" dei prodotti finali che sono messi in commercio».
L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni
lunedì 29 settembre 2008
L'Energy Summit guarda al 2020
L' evoluzione del mercato, le politiche europee, le alleanze tra i grandi gruppi, la sfida delle fonti rinnovabili e l'opzione nucleare. Le tematiche energetiche fondamentali sono in primo piano all'Italian energy summit, che si apre oggi a Milano alla sede del Sole 24 Ore, in via Monte Rosa 91.L'appuntamento annuale del Sole 24 Ore in collaborazione con Ibc Global Conferences– giunto all'VIII edizione – vede anche quest'anno la presenza tra i relatori dei più autorevoli player del settore e dei rappresentanti delle associazioni più importanti.Ad aprire la conferenza inaugurale, questa mattina, saranno il ministro per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola, e il vicepresidente di Confindustria per l'Energia e il mercato, Antonio Costato.La prima giornata del summit è focalizzata sulle dinamiche di mercato: il quadro europeo nella mattinata e la situazione italiana – tra integrazione e concorrenza – nel pomeriggio.Tra gli interventi in programma, quelli di Fulvio Conti (ad di Enel), Giuliano Zuccoli (presidente di A2A), Massimo Orlandi (Ad Sorgenia) e Alessandro Ortis (presidente dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas).La seconda giornata del summit si concentra su due temi distinti. Nel corso della mattinata, le interazioni tra finanza ed energia, dagli effetti dei prezzi sulla crescita economica alla dipendenza europea dal gas naturale, per finire con una tavola rotonda cui partecipano le principali utility attive sul mercato italiano.Nel pomeriggio, invece, sarà la volta della sfida del risparmio e dell'efficienza energetica. Temi del dibattito, la situazione italiana, le energie alternative, gli edifici intelligenti per ottimizzare i consumi e le strategie d'acquisto dei grandi consumatori industriali.Chiude la tre giorni sull'energia il workshop di mercoledì 1Úottobre, interamente dedicato alle fonti rinnovabili e alle politiche ambientali. Una riflessione a 360 gradi sulle strategie di Italia ed Europa in vista della scadenza cruciale del 2020.
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