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giovedì 2 aprile 2009
Osservatore romano: «Uno sviluppo illusorio ed egoistico»
«Bisogna tornare a una crescita reale e sobria, una crescita non a debito», dopo che la crisi attuale ha smascherato «uno sviluppo puramente illusorio, fondato sul consumo egoistico». Lo scrive l'economista Ettore Gotti Tedeschi in un commento sul numero odierno dell'Osservatore romano, quotidiano della Santa Sede. Gotti Tedeschi, guarda con favore all'approccio al G-20 del presidente Usa Barack Obama. Il suo invito a «frenare la tendenza a vivere al di sopra dei propri mezzi» e quasi «un manifesto dello sviluppo sostenibile ed estensibile a tutti».
martedì 31 marzo 2009
«Ambienta, obiettivo a 250 milioni»
Energie alternative. Parla il Ceo Nino Tronchetti Provera: il fondo chiuderà la raccolta il prossimo agosto
A un anno dalla partenza gli investitori hanno versato 160 milioni. Ambienta Sgr ha chiuso il primo esercizio a break even, ha completato il team e ha raggiunto una raccolta del fondo a 160 milioni di euro. A un anno dalla nascita del fondo di private equity, che investe nei settori delle energie rinnovabili, dell'efficienza energetica e dell'inquinamento, Nino Tronchetti Provera, amministratore delegato della Sgr, fa il punto della situazione. «La società ha concluso il suo primo anno a break even e consideriamo questo già un buon risultato. Inoltre in questo periodo abbiamo completato il team con due professionalità di qualità: Valeria Ceccarelli con 11 anni di esperienza nell'investment banking di Morgan Stanley e Claudio De Donato con esperienza di più di 12 anni nelle divisioni Oil&Gas e Chimica di Royal Dutch Shell Si è concluso il periodo di raccolta del fondo?Il fund raising si chiuderà il prossimo agosto. L'obiettivo è quello di raggiungere i 250 milioni. Attualmente siamo arrivati a 160 milioni e continuiamo a ricevere manifestazioni di interesse da parte di investitori italiani e stranieri. Fra i nostri investitori ha deciso di raddoppiare il proprio committment Inarcassa e probabilmente qualcun altro potrebbe seguire questo esempio.In controtendenza con l'atteggiamento degli investitori in questi ultimi mesi...Le aziende in cui investiamo hanno un andamento in controtendenza rispetto al contesto economico dell'ultimo anno. Abbiamo già investito in Italiana Pellets nel settore delle biomasse e in Icq Holding nel comparto delle energie rinnovabili. Le due aziende che controlliamo sonopassate da 53 a 87 dipendenti dal 2006 al 2008 ed è prevista un ulteriore crescita a 175 dipendenti in totale al 2010.Cosa la fa essere così ottimista sui comparti a cui guardate?L'ottimismo deriva dal fatto che è un settore in crescita. A questo aggiungiamo piani che vanno da quello di Obama, molto incentrato sugli incentivi al settore ambientale e ancor più in questa direzione vanno quello coreano e quello cinese. Questo ha inevitabilmente ricadute sul settore a livello internazionale. Sono quindi settori anche in grado di creare occupazione. Inoltre credo che possano esserci buone opportunità d'investimento a seguito della discesa dei prezzi. È un peccato però che l'Italia in questo ambito sia ancora ai blocchi di partenza anche se le aperture di lunedì ci fanno sentire ottimisti.Che dossier state esaminando?Abbiamo visto più di 500 dossier ad oggi e ne abbiamo analizzati 200. Stiamo guardando in particolare a società che operano nell'efficienza energetica, nei veicoli elettrici, nei rifiuti e nel reciclo e stiamo riaprendo il capitolo delle tecnologie per le rinnovabili.Non ci sono problemi con il mercato del debito per fare investimenti in questo momento?Il mercato del debito è più selettivo e più caro. Noi non basiamo le acquisizioni sul debito, ma sono piuttosto le nostre controllate che usano il project financing e in questo settore non manca la disponibilità delle banche a prendere in considerazione i progetti. (Dal Sole 24 Ore)
A un anno dalla partenza gli investitori hanno versato 160 milioni. Ambienta Sgr ha chiuso il primo esercizio a break even, ha completato il team e ha raggiunto una raccolta del fondo a 160 milioni di euro. A un anno dalla nascita del fondo di private equity, che investe nei settori delle energie rinnovabili, dell'efficienza energetica e dell'inquinamento, Nino Tronchetti Provera, amministratore delegato della Sgr, fa il punto della situazione. «La società ha concluso il suo primo anno a break even e consideriamo questo già un buon risultato. Inoltre in questo periodo abbiamo completato il team con due professionalità di qualità: Valeria Ceccarelli con 11 anni di esperienza nell'investment banking di Morgan Stanley e Claudio De Donato con esperienza di più di 12 anni nelle divisioni Oil&Gas e Chimica di Royal Dutch Shell Si è concluso il periodo di raccolta del fondo?Il fund raising si chiuderà il prossimo agosto. L'obiettivo è quello di raggiungere i 250 milioni. Attualmente siamo arrivati a 160 milioni e continuiamo a ricevere manifestazioni di interesse da parte di investitori italiani e stranieri. Fra i nostri investitori ha deciso di raddoppiare il proprio committment Inarcassa e probabilmente qualcun altro potrebbe seguire questo esempio.In controtendenza con l'atteggiamento degli investitori in questi ultimi mesi...Le aziende in cui investiamo hanno un andamento in controtendenza rispetto al contesto economico dell'ultimo anno. Abbiamo già investito in Italiana Pellets nel settore delle biomasse e in Icq Holding nel comparto delle energie rinnovabili. Le due aziende che controlliamo sonopassate da 53 a 87 dipendenti dal 2006 al 2008 ed è prevista un ulteriore crescita a 175 dipendenti in totale al 2010.Cosa la fa essere così ottimista sui comparti a cui guardate?L'ottimismo deriva dal fatto che è un settore in crescita. A questo aggiungiamo piani che vanno da quello di Obama, molto incentrato sugli incentivi al settore ambientale e ancor più in questa direzione vanno quello coreano e quello cinese. Questo ha inevitabilmente ricadute sul settore a livello internazionale. Sono quindi settori anche in grado di creare occupazione. Inoltre credo che possano esserci buone opportunità d'investimento a seguito della discesa dei prezzi. È un peccato però che l'Italia in questo ambito sia ancora ai blocchi di partenza anche se le aperture di lunedì ci fanno sentire ottimisti.Che dossier state esaminando?Abbiamo visto più di 500 dossier ad oggi e ne abbiamo analizzati 200. Stiamo guardando in particolare a società che operano nell'efficienza energetica, nei veicoli elettrici, nei rifiuti e nel reciclo e stiamo riaprendo il capitolo delle tecnologie per le rinnovabili.Non ci sono problemi con il mercato del debito per fare investimenti in questo momento?Il mercato del debito è più selettivo e più caro. Noi non basiamo le acquisizioni sul debito, ma sono piuttosto le nostre controllate che usano il project financing e in questo settore non manca la disponibilità delle banche a prendere in considerazione i progetti. (Dal Sole 24 Ore)
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lunedì 16 marzo 2009
Lula alla Casa Bianca: energia in primo piano
È stato il primo leader dell'America Latina ricevuto da Barack Obama e ha parlato anche a nome dell'intero continente:il presidente del Brasile,Luis Ignacio Lula da Silva ( nella foto,in primo piano,con Obama) ha chiesto agli Stati Uniti di allentare l'embargo a Cuba e di ammorbidire i rapporti con il Venezuela.Ha chiesto,per il Brasile,l'eliminazione dei dazi sull'import di etanolo di cui è un grande produttore.«I biocombustibili-ha detto Lula sono un'alternativa straordinaria per il mondo intero ». (Il Sole 24 Ore)
venerdì 6 marzo 2009
Quanto è «verde» il lavoro
La parola d'ordine è creare «green jobs», o «posti di lavoro verdi». Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama lo va dicendo fin da prima di entrare nella Casa Bianca: per portare l'America fuori dalla crisi vuole investire in energie rinnovabili e creare milioni di posti di lavoro «verdi», ad esempio in attività come migliorare l'efficienza energetica di tutti gli edifici pubblici della nazione o modernizzare le linee di trasmissione dell'elettricità. Giorni fa il vicepresidente Joe Biden ha presieduto un meeting della «task force for middle class families» dicendo che investire in green jobs servirà a offrire nuove opportunità alla classe media (termine che negli Usa indica i lavoratori). Né Obama è solo: il governo britannico ha promesso migliaia di green jobs e l'altro giorno il governo tedesco ha parlato di triplicare i posti di lavoro nella protezione ambientale, incluse le energie alternative, nel prossimo decennio: «Investire in protezione dal cambiamento del clima ci aiuterà a uscire dalla crisi», ha dichiarato un viceministro dell'ambiente. (Dal manifesto)
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
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martedì 17 febbraio 2009
Kyoto, le aziende battono la politica
I l Protocollo di Kyoto ha compiuto ieri quattro anni: per convenzione, l'accordo ambientale dell'Onu viene ricordato non con la data della firma ( dicembre ' 97) ma con la sua entrata in vigore il 16 febbraio 2005. In questi quattro anni il mondo ambientale è cambiato e l'industria energetica –quella più coinvolta dalle limitazioni alle emissioni di anidride carbonica –non è più la stessa di qualche anno fa.Qualche elemento di fondo. Il Protocollo di Kyoto rimane un obiettivo condiviso, ma è uno strumento vecchio. Lo confermano le inadeguatezze del piano europeo "20-20-20" (cioè il pacchetto clima-energia) e della direttiva Emissions Trading, i cui obiettivi sono difficili da conseguire e i costi restano alti nonostante che l'Italia sia riuscita ad ammorbidire i vincoli eccessivi. Il nodo negoziale dell'applicazione dei vincoli, degli incentivi e delle sanzioni si è spostato al prossimo negoziato internazionale in programma in dicembre a Copenaghen. Un altro elemento sotteso: l'industria sta cambiando in modo assai veloce e corre più in avanti dei politici di Bruxelles.I dati appena elaborati dall'Istat dicono che nel 2006 le aziende di maggiori dimensioni, con 1.664 milioni di euro, avevano realizzano quasi l'84 per cento del totale degli investimenti in campo ambientale, mentre le piccole e medie imprese erano marginalissime nel mercato verde. Era un altro sistema industriale. Oggi invece vediamo che la piccola e media impresa si affianca ai colossi. La M&G costruisce a Rivalta Scrivia un impianto per produrre benzina vegetale; la Ferrari di Maranello – ha annunciato ieri Luca Cordero di Montezemolo –entro l'anno venturo sarà energeticamente autosufficiente; la neonata Mx Group di Villasanta (Milano) ha lanciato i pannelli solari fai-da-te nel comodo kit preconfezionato. E in Brasile per la prima volta nel 2008 le vendite di alcol come carburante hanno superato la benzina.Il cosiddetto "effetto Obama" non è all'origine del cambiamento, ma ne è conseguenza: il nuovo presidente degli Stati Uniti, nell'incentivare il nucleare, le nuove tecnologie e una conversione del sistema produttivo verso uno sviluppo sostenibile, ha saputo capire un bisogno dell'industria e dei consumatori.Il mercato c'è: spesso non c'è la politica, quella stessa politica che – rimasta al pliocene dell'ecologia – introduce un incentivo all'auto senza spingere sull'ecologia e l'innovazione, o che dimentica lo sconto fiscale del 55% per chi spende per rendere più efficiente la casa.Nel 2000, quando il mondo del Protocollo di Kyoto si incon-trò all'Aia, si capì a che cosa serviva quell'accordo internazionale. Il Protocollo di Kyoto non ha ridotto di nemmeno un grammo le emissioni di anidride carbonica (+33% in 16 anni) ma «è un ottimo termometro della trattativa –ricorda Corrado Clini, direttore generale al ministero dell'Ambiente e uno dei grandi negoziatori internazionali dell'ecologia – ed è uno strumento di lettura delle posizioni: nel 2000 all'Aia l'Europa per la prima volta decise di andare avanti da sola con la sua posizione di imporre vincoli, mentre gli Stati Uniti si rinchiusero nella sottovalutazione degli effetti dei cambiamenti del clima. Posizioni perdenti che solamente oggi si tenta di superare».In questi giorni tra le due rive dell'Atlantico si cerca di delineare, in vista dell'incontro di Copenaghen, una politica condivisa tra Stati Uniti ed Europa. Si studiano misure comuni sugli standard tecnologici da adottare, sui livelli minimi di efficienza delle centrali elettriche, sulle caratteristiche delle automobili di nuova concezione, sulla struttura degli incentivi che non devono distorcere il mercato. (Dal Sole 24 Ore)
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è ciò che Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è ciò che Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
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venerdì 6 febbraio 2009
Inizia una nuova era ecologica per le quattroruote
Dalla linea lanciata dalla Ue al 2012, fino all'elezione del presidente degli Usa Barack Obama di rivedere la decisione del ministero dell'Ambiente sui limiti nelle emissioni delle auto in California e in altri Stati Usa, per il settore automobilistico la prospettiva è quella di diventare nel giro di un decennio decisamente più verde. I primi giorni di governance del neoeletto presidente sembrano confermare la tendenza.Insomma, per riuscire a comprare vetture alimentate da un mix metano-idrogeno non passerà tanto tempo. Il regolamento Ue sulla Co2 fissa il livello medio di emissioni delle auto nuove a 130 g CO2/km a partire dal 2012, livello che dovrà scendere a 95 grammi entro il 2020. Si prevede inoltre e un periodo transitorio di tre anni per il rispetto dei limiti imposti a ciascuna casa automobilistica, sulla base del peso medio delle nuove autovetture (ad es. 122g/km per la Fiat contro i 133g/km per la Volkswagen) e gli obiettivi potranno essere raggiunti attraverso stadi intermedi. E per ogni grammo di CO2 in eccesso rispetto al limite medio consentito sono previste sanzioni economiche. Barack Obama ha chiesto all'Enviromental protection agency (ministero dell'Ambiente) di rivedere la propria decisione contraria a limiti nelle emissioni delle auto in California e in altri Stati Usa. L'obiettivo dichiarato è quello di avere entro il 2011 un primo standard obbligatorio per i consumi, per poi arrivare nel 2020 ad avere auto in grado di fare una media di circa 15 km con un litro. Oggi sul mercato sono già disponibili vetture ibride, già utilizzate ad esempio nel parco auto dei taxi di Roma e Milano, oltre a quelle elettriche (che però costano il 50% in più) in genere alimentate da ricarica nel garage di proprietà. Secondo il quadro di Ennio Rossi, ricercatore dell'Enea nel settore della mobilità sostenibile, la tecnologia dell'idrogeno con celle a combustibile non è ancora a punto e la strada oggi è quella di usare vetture tradizionali con motore a scoppio, che con piccole modi*che possono essere alimentate da un mix metano- idrogeno. Potrebbero essere pronte fra cinque, massimo sette anni e l'idrogeno arriverebbe dalla lavorazione del petrolio. La Fiat ha manifestato interesse, visto che punta sul metano, mentre la Bmw ha già realizzato prototipi. L'impiego di idrogeno prodotto da fonti verdi invece, secondo l'esperto sarà verosimile quando verranno abbandonate le fonti fossili. (Dal Sole 24 Ore)
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
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martedì 3 febbraio 2009
Libri: capitalismo ecologico
Complice la crisi economica mondiale, che spinge a elaborare in fretta nuove strategie, le aziende che investono nell'industria delle energie alternative sembrano meglio posizionate. Questi capitani di un'industria attenta ai cambiamenti climatici si preparano a raccogliere rendimenti di lungo periodo. Tra le speranze degli autori, quella che l'era Obama, e la corsa ai grandi lavori pubblici lanciata dalla crisi, portino a un capitalismo rispettoso dell'ambiente. Tra le società "etiche" che investono con un occhio di riguardo all'ambiente,non solo noti protagonisti dell'industria verde, come produttori di pale eoliche o pannelli solari, ma anche società di tlc e assicurative.
Sustainable Investing, the Art of Long Term Performance C. Krosinsky, N. Robins 19,99 sterline.
L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni
Sustainable Investing, the Art of Long Term Performance C. Krosinsky, N. Robins 19,99 sterline.
L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni
venerdì 16 gennaio 2009
Usa, sviluppo dell’eolico e migliorare l’efficienza energetica, un gran volano per l’economia
Da apnorama
Il presidente eletto americano ne è convinto: investire sulle energie rinnovabili è un affare. Per questo Barack Obama ha annunciato che intende varare un piano decennale da 150 miliardi di dollari nell’eolico, nel solare e nei biocarburanti, prendendo tre piccioni con una fava: inquinare meno, ridurre la dipendenza energetica e creare un volano per l’economia che genererà, si stima, 5 milioni di posti di lavoro.
Si può fare altrettanto in Italia? In misura ridotta sì, e senza gravare sulla finanza pubblica. La fonte di energia rinnovabile più efficiente e con maggiore spazio di crescita è quella eolica. Oggi in Italia i generatori a vento hanno una potenza pari a quasi 3 mila megawatt e coprono appena il 2 per cento del fabbisogno nazionale di elettricità. Uno studio dell’Associazione nazionale energia del vento (Anev) mostra che entro il 2020 sarebbe possibile passare a 16 mila megawatt installati, coprendo così dal 7 al 9 per cento del fabbisogno. I mulini salirebbero dagli attuali 3.500 a circa 10 mila, limitando al minimo possibile, ritengono all’Anev, l’impatto sul paesaggio.
Questo sviluppo sarà finanziato dai certificati che devono comprare le aziende più inquinanti, quindi senza prendere un euro dallo Stato. «In più» sottolinea Simone Togni, segretario generale dell’Anev, «una ricerca condotta con la Uil (presentata il 28 novembre) mostra che i posti di lavoro nel settore passerebbero da 13 mila a 66 mila e, parallelamente, verrebbe stimolato lo sviluppo di nuove aziende. Quello che chiediamo al governo è di rendere più semplici le procedure, come già stabilito dalla legge».
Altro fronte su cui puntare è l’efficienza energetica: un rapporto curato dal Politecnico di Milano per Greenpeace indica che in Italia esiste un potenziale di risparmio ottenibile entro il 2020 superiore al 20 per cento fissato dal pacchetto clima europeo. Questa efficienza si può ottenere migliorando le tecnologie usate attualmente nelle case, negli uffici e nelle industrie (motori elettrici, sistemi di condizionamento dell’aria, elettrodomestici, illuminazione...). Basti pensare che un frigorifero comprato ora consuma un terzo rispetto a quelli degli anni 90. Ma il bello è che, oltre a tagliare 50 milioni di tonnellate di CO2, una maggiore efficienza energetica creerebbe in Italia, secondo il Politecnico, 60 mila posti di lavoro in 14 anni.
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
Il presidente eletto americano ne è convinto: investire sulle energie rinnovabili è un affare. Per questo Barack Obama ha annunciato che intende varare un piano decennale da 150 miliardi di dollari nell’eolico, nel solare e nei biocarburanti, prendendo tre piccioni con una fava: inquinare meno, ridurre la dipendenza energetica e creare un volano per l’economia che genererà, si stima, 5 milioni di posti di lavoro.
Si può fare altrettanto in Italia? In misura ridotta sì, e senza gravare sulla finanza pubblica. La fonte di energia rinnovabile più efficiente e con maggiore spazio di crescita è quella eolica. Oggi in Italia i generatori a vento hanno una potenza pari a quasi 3 mila megawatt e coprono appena il 2 per cento del fabbisogno nazionale di elettricità. Uno studio dell’Associazione nazionale energia del vento (Anev) mostra che entro il 2020 sarebbe possibile passare a 16 mila megawatt installati, coprendo così dal 7 al 9 per cento del fabbisogno. I mulini salirebbero dagli attuali 3.500 a circa 10 mila, limitando al minimo possibile, ritengono all’Anev, l’impatto sul paesaggio.
Questo sviluppo sarà finanziato dai certificati che devono comprare le aziende più inquinanti, quindi senza prendere un euro dallo Stato. «In più» sottolinea Simone Togni, segretario generale dell’Anev, «una ricerca condotta con la Uil (presentata il 28 novembre) mostra che i posti di lavoro nel settore passerebbero da 13 mila a 66 mila e, parallelamente, verrebbe stimolato lo sviluppo di nuove aziende. Quello che chiediamo al governo è di rendere più semplici le procedure, come già stabilito dalla legge».
Altro fronte su cui puntare è l’efficienza energetica: un rapporto curato dal Politecnico di Milano per Greenpeace indica che in Italia esiste un potenziale di risparmio ottenibile entro il 2020 superiore al 20 per cento fissato dal pacchetto clima europeo. Questa efficienza si può ottenere migliorando le tecnologie usate attualmente nelle case, negli uffici e nelle industrie (motori elettrici, sistemi di condizionamento dell’aria, elettrodomestici, illuminazione...). Basti pensare che un frigorifero comprato ora consuma un terzo rispetto a quelli degli anni 90. Ma il bello è che, oltre a tagliare 50 milioni di tonnellate di CO2, una maggiore efficienza energetica creerebbe in Italia, secondo il Politecnico, 60 mila posti di lavoro in 14 anni.
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
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giovedì 15 gennaio 2009
Green per essere in style
Viaggio nel mondo ecologista: da Schwarzy al New Deal di Obama. Sul Sole 24 Ore
Quasi fantascienza. Energia rinnovabile? Ecologia? Sostenibilità ambientale? Fino a poco tempo fa era il vessillo che sventolavano predicatori solitari, irriducibili idealisti e visionari. Oggi qualcosa è cambiato. Forse proprio grazie alla crisi finanziaria. Pensare in "verde" non è più solo la prerogativa di ambientalisti barricaderi, ma diventa la parole d'ordine di multinazionali, colossi finanziari e Governi, a partire dal nuovo presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che sulla riconversione ecologica vuole fondare il suo New Deal.IL, il maschile del Sole 24 Ore, in edicola domani con il quotidiano, compie un viaggio attraverso la "rivoluzione verde", un cambiamento epocale che tuttavia è ancora molto lontano dal compiersi pienamente. A simboleggiare la svolta è stato scelto un testimonial famoso, che ha fatto dell'impegno per l'ambiente una scelta politica. È Arnold Schwarzenegger, già Terminator cinematografico e oggi governatore della California. Per lui, l'amico dei Suv pentito, la sostenibilità è l'unico modo per costruire uno sviluppo migliore. Come racconta Daniela Roveda da Los Angeles «per i californiani è l'angelo custode dell'ambiente. Il "governator" che vuole reinventare il futuro economico del suo Stato puntando sulle nuove tecnologie pulite. Dando il buon esempio agli Usa e al mondo intero».Un mondo che guarderà al 20 gennaio come a un momento simbolico anche per la "rivoluzione verde": con l'insediamento a Washington di Barack Obama, scrive Marco Magrini, «in un solo giorno, quel giorno, il Paese più energivoro del pianeta si convertirà dalla fede nei combustibili fossili a quella nelle energie rinnovabili». Ora gli Stati Uniti si apprestano a varare un piano per ridurre dell'80% le emissioni di anidride carbonica entro il 2050. Una sterzata radicale rispetto all'amministrazione Bush.Il "Green New Deal" verrà guidato idealmente da un premio Nobel per la Fisica, Steven Chu, neo-segretario dell'Energia. Come commenta Mario Margiocco: «Chu dovrà realizzare e gestire la promessa di Obama di massicci interventi - 150 miliardi in dieci anni - nelle energie rinnovabili, destinate ad essere il "Progetto Apollo", cioè lo sbarco sulla luna, degli anni 2000».Gli indizi che il green style sta prendendo sempre più piede sono vari e molteplici. A Londra è stato addirittura fondato un club, The Hub, dove si ritrovano aspiranti tecno-inventori di progetti sostenibili per il pianeta. In Danimarca piccole comunità sono già in grado di essere autosufficienti usando solo l'elettricità prodotta dalle pale eoliche.E il sole diventa una fonte sempre più facile da sfruttare: secondo il colosso cinese dei pannelli solari Suntech Power tra cinque anni il fotovoltaico produrrà energia allo stesso costo delle centrali a carbone. Anche il distretto di San Francisco si sta riconvertendo all'ecologia. Come scrive Simone Filippetti: «La next wave che parte della baia, destinata a cambiare l'industria e la società, sarà l'ambiente». Qui fioriscono piccole società che sviluppano tecnologie verdi per poi commercializzarle.Ma non sono solo le aziende a mostrare una nuova sensibilità verso lo sviluppo ecocompatibile. Anche il più grande creatore di miti del mondo, epicentro da cui si irradia un immaginario comune ormai globale, si è votato al green style. Hollywood, la macchina dei sogni, ha cominciato a sfornare da un po' di anni film e personaggi con il pallino per l'ambiente. Il telefilm culto 24, sostiene Arnalda Canali, «è stata la prima serie tv, nel 2001, a dare il via alla produzione eco-friendly con generatori elettrici alimentati a biodiesel, auto ibride, energia da fonti rinnovabili ». Nell'ultimo 007, Quantum of solace,
Quasi fantascienza. Energia rinnovabile? Ecologia? Sostenibilità ambientale? Fino a poco tempo fa era il vessillo che sventolavano predicatori solitari, irriducibili idealisti e visionari. Oggi qualcosa è cambiato. Forse proprio grazie alla crisi finanziaria. Pensare in "verde" non è più solo la prerogativa di ambientalisti barricaderi, ma diventa la parole d'ordine di multinazionali, colossi finanziari e Governi, a partire dal nuovo presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che sulla riconversione ecologica vuole fondare il suo New Deal.IL, il maschile del Sole 24 Ore, in edicola domani con il quotidiano, compie un viaggio attraverso la "rivoluzione verde", un cambiamento epocale che tuttavia è ancora molto lontano dal compiersi pienamente. A simboleggiare la svolta è stato scelto un testimonial famoso, che ha fatto dell'impegno per l'ambiente una scelta politica. È Arnold Schwarzenegger, già Terminator cinematografico e oggi governatore della California. Per lui, l'amico dei Suv pentito, la sostenibilità è l'unico modo per costruire uno sviluppo migliore. Come racconta Daniela Roveda da Los Angeles «per i californiani è l'angelo custode dell'ambiente. Il "governator" che vuole reinventare il futuro economico del suo Stato puntando sulle nuove tecnologie pulite. Dando il buon esempio agli Usa e al mondo intero».Un mondo che guarderà al 20 gennaio come a un momento simbolico anche per la "rivoluzione verde": con l'insediamento a Washington di Barack Obama, scrive Marco Magrini, «in un solo giorno, quel giorno, il Paese più energivoro del pianeta si convertirà dalla fede nei combustibili fossili a quella nelle energie rinnovabili». Ora gli Stati Uniti si apprestano a varare un piano per ridurre dell'80% le emissioni di anidride carbonica entro il 2050. Una sterzata radicale rispetto all'amministrazione Bush.Il "Green New Deal" verrà guidato idealmente da un premio Nobel per la Fisica, Steven Chu, neo-segretario dell'Energia. Come commenta Mario Margiocco: «Chu dovrà realizzare e gestire la promessa di Obama di massicci interventi - 150 miliardi in dieci anni - nelle energie rinnovabili, destinate ad essere il "Progetto Apollo", cioè lo sbarco sulla luna, degli anni 2000».Gli indizi che il green style sta prendendo sempre più piede sono vari e molteplici. A Londra è stato addirittura fondato un club, The Hub, dove si ritrovano aspiranti tecno-inventori di progetti sostenibili per il pianeta. In Danimarca piccole comunità sono già in grado di essere autosufficienti usando solo l'elettricità prodotta dalle pale eoliche.E il sole diventa una fonte sempre più facile da sfruttare: secondo il colosso cinese dei pannelli solari Suntech Power tra cinque anni il fotovoltaico produrrà energia allo stesso costo delle centrali a carbone. Anche il distretto di San Francisco si sta riconvertendo all'ecologia. Come scrive Simone Filippetti: «La next wave che parte della baia, destinata a cambiare l'industria e la società, sarà l'ambiente». Qui fioriscono piccole società che sviluppano tecnologie verdi per poi commercializzarle.Ma non sono solo le aziende a mostrare una nuova sensibilità verso lo sviluppo ecocompatibile. Anche il più grande creatore di miti del mondo, epicentro da cui si irradia un immaginario comune ormai globale, si è votato al green style. Hollywood, la macchina dei sogni, ha cominciato a sfornare da un po' di anni film e personaggi con il pallino per l'ambiente. Il telefilm culto 24, sostiene Arnalda Canali, «è stata la prima serie tv, nel 2001, a dare il via alla produzione eco-friendly con generatori elettrici alimentati a biodiesel, auto ibride, energia da fonti rinnovabili ». Nell'ultimo 007, Quantum of solace,
martedì 25 novembre 2008
Sul clima buone nuove
Da l'Opinione
Il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, in un’audizione alle Commissioni riunite Ambiente e Industria del Senato, sul pacchetto Ue clima-energia, ha dichiarato che è necessario “fare giustizia delle molte generalizzazioni che sono state fatte, spesso strumentalmente, per presentare il nostro Paese come quello che in ambito europeo remava contro l’impegno per l’ambiente”. Il Ministro ha aggiunto che verrà trovata una intesa nella riunione dei capi di Governo del prossimo mese di dicembre affinché “la battaglia europea per l’ambiente non veda battute d’arresto ma possa proseguire in una cornice di realismo e concretezza”. Parlando del pacchetto Ue clima-energia il Ministro ha annunciato la creazione di un gruppo di lavoro misto Italia-Germania per fare il punto sui settori di interesse comune per assicurare la competitività per quei settori a rischio delocalizzazione. Preso atto di queste precisazioni che superano le troppe semplicifazioni delle scorse settimane, Vincenzo Pepe, Presidente di FareAmbiente, commenta con non poca soddisfazione anche le buone notizie che arrivano dagli Stati Uniti, dove secondo fonti accreditate il neo presidente eletto Obama avrebbe intenzione di dare una sterzata alla politica ambientale americana e di impegnarsi sul fronte dei cambiamenti climatici. Secondo Pepe: “Gli Stati Uniti possono giocare un ruolo importante nella lotta ai cambiamenti climatici. Attraverso una politica ambientale basata sullo sviluppo sostenibile possiamo percorrere la via d’uscita alla crisi economica mondiale”.
Come i big del petrolio cercano di imopegnarsi per lo sviluppo sostenibile, il caso dell'Eni
Il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, in un’audizione alle Commissioni riunite Ambiente e Industria del Senato, sul pacchetto Ue clima-energia, ha dichiarato che è necessario “fare giustizia delle molte generalizzazioni che sono state fatte, spesso strumentalmente, per presentare il nostro Paese come quello che in ambito europeo remava contro l’impegno per l’ambiente”. Il Ministro ha aggiunto che verrà trovata una intesa nella riunione dei capi di Governo del prossimo mese di dicembre affinché “la battaglia europea per l’ambiente non veda battute d’arresto ma possa proseguire in una cornice di realismo e concretezza”. Parlando del pacchetto Ue clima-energia il Ministro ha annunciato la creazione di un gruppo di lavoro misto Italia-Germania per fare il punto sui settori di interesse comune per assicurare la competitività per quei settori a rischio delocalizzazione. Preso atto di queste precisazioni che superano le troppe semplicifazioni delle scorse settimane, Vincenzo Pepe, Presidente di FareAmbiente, commenta con non poca soddisfazione anche le buone notizie che arrivano dagli Stati Uniti, dove secondo fonti accreditate il neo presidente eletto Obama avrebbe intenzione di dare una sterzata alla politica ambientale americana e di impegnarsi sul fronte dei cambiamenti climatici. Secondo Pepe: “Gli Stati Uniti possono giocare un ruolo importante nella lotta ai cambiamenti climatici. Attraverso una politica ambientale basata sullo sviluppo sostenibile possiamo percorrere la via d’uscita alla crisi economica mondiale”.
Come i big del petrolio cercano di imopegnarsi per lo sviluppo sostenibile, il caso dell'Eni
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mercoledì 29 ottobre 2008
Energie rinnovabili: serve una rivoluzione copernicana
Da Liberazione
Mentre continua ad infuriare, malgrado le immissioni di liquidità di migliaia di miliardi di dollari, di euro e di yen, la crisi dei mercati finanziari e si sviluppa in Europa e in Italia un largo confronto sulle misure della UE contro la crisi ambientale gli articoli di Alfonso Gianni e di Marcello Cini sottolineano che "questo è il momento per la sinistra di costruire e fare valere una propria visione del futuro e della società che sia contemporaneamente la ricetta di fondo per uscire da questa crisi". Partendo da queste premesse vorrei fare alcune considerazioni che continuano un impegno di mie riflessioni e di proposte a cui Liberazione in passato ha dato spazio. Nel XX secolo le grandi rivoluzioni leniniste della Russia, della Cina, del Vietnam fino ad arrivare al Sud Africa ed ora all'America Latina, sono avvenute sulla base dell'alleanza degli operai e dei partiti che li rappresentavano con le sterminate masse contadine che sono state protagoniste sia della rivoluzione d'Ottobre sia della Lunga Marcia di Mao. Rivoluzioni che hanno posto fine ad un periodo della storia iniziato nel 1492 che ha dato all'occidente il dominio del mondo: la globalizzazione colonialista del genocidio degli indiani d'America, della tratta degli schiavi neri, della guerra dell'oppio e in ultimo all'apartheid del Sud Africa. Queste grandi rivoluzioni non ci hanno portato "sulla luna" di una società socialista quale noi sognavamo ma hanno certamente redistribuito ricchezze e poteri tra i principali raggruppamenti nazionali del mondo. Una società multipolare. Del resto anche la grande rivoluzione francese è riuscita sì ad aprire la strada alla libertà di commercio e di impresa e al diritto dei sudditi a farsi riconoscere come cittadini ma non a fare grandi progressi sulla strada dell'egalité e della fraternité. L'altra grande crisi sistemica che è maturata, anche a causa dell'entrata di grandi popoli ex coloniali nella modernità, è quella di un sistema di capitalismo industriale basato sulle energie fossili: il carbone dell'800 che ha sostituito le vele con i piroscafi le diligenze con le ferrovie, i telai meccanici etc. Questa svolta tecnologica è stata alla base anche dello sviluppo della classe operaia e della cultura dell'organizzazione politica che, a partire da Il Manifesto di Marx ed Engels, si è sviluppata a cominciare dai paesi più industrializzati.Alla fine dell'800 è cominciata l'era del petrolio, iniziata negli USA, la cui prorompente diffusione è stata lucidamente avvertita dal fondo di un carcere fascista da Antonio Gramsci con i suoi scritti su "americanismo e fordismo" e che, dopo la II guerra Mondiale, si è diffusa in tutti i paesi occidentali costituendo la base dell'egemonia americana.Dopo due secoli di straordinario sviluppo industriale che ora si estende a quasi tutto il mondo questo modello basato sulle energie fossili si è rivelato, come Marcello Cini ricorda e come centinaia di scienziati hanno nel corso degli ultimi decenni sottolineato e i primi grandi disastri ambientali dimostrano, insostenibile in quanto attraverso questi processi produttivi vengono rimmessi nell'atmosfera composti di carbonio e di altre sostanze che l'evoluzione naturale nel corso di milioni di anni aveva sottratto dall'atmosfera e immagazzinato nelle profondità della terra rendendola vivibile come oggi la conosciamo. Non riconoscere la necessità della fine di questo periodo storico dell'umanità significa, specie per chi vuole comunque collegarsi alle analisi del materialismo storico, porsi fuori dalla realtà e quindi fuori da ogni possibilità di influire sull'economia e sulla politica di ogni paese. A mio avviso la crisi del movimento No Global è dovuta principalmente al fatto di non avere posto al centro della giusta critica alla globalizzazione capitalistica questo elemento di debolezza fondamentale del sistema economico basato sul profitto che costituisce, oggi nel XXI secolo, "l'anello più debole della catena". In questo quadro si colloca l'attuale crisi dell'egemonia americana (si rilegga il libro di Immanuel Wallerstein Il declino dell'America) che è cominciata con la sconfitta del Vietnam e si conclude oggi con la crisi finanziaria di Wall Street che non pochi commentatori hanno paragonato alla caduta del muro di Berlino. L'avvento di un sistema unipolare al posto dell'equilibrio del terrore atomico bipolare, che aveva caratterizzato la seconda metà del secolo scorso, è durato in termini storici lo "spazio di un mattino". I due colossi che si sono svenati nel corso della guerra fredda hanno perso entrambi la loro egemonia: simul stabant et simul cadunt. Partendo dall'analisi di queste tre crisi: globalizzazione coloniale, crisi ambientale e crisi dell'egemonia americana, si può avviare la ricerca di linee nuove di azione per la sinistra italiana, europea e globale. La crisi ambientale è di tale portata che pur in un periodo dominato dal pensiero e dalla pratiche neoliberiste a livello mondiale ad iniziativa soprattutto di alcuni paesi dell'Ue, con forte presenza ambientalista, e dell'Unione nel suo complesso è stata avviata una contrattazione a livello mondiale sfociata negli accordi di Kyoto che prevedono in linea di principio un intervento degli Stati nell'economia per ridurre le emissioni inquinanti al fine di evitare il disastro ambientale. La storia di queste trattative è estremamente significativa per l'azione che l'America ha svolto, prima con Clinton, che ha subordinato la sua firma degli accordi all'abbassamento dei vincoli inizialmente proposti e poi del suo successore Bush che si è rifiutato di riconoscere il patto firmato dal suo predecessore. Questo fatto ha un grande rilievo sia per individuare il ruolo degli Usa nella battaglia contro l'effetto serra sia per sottolineare il loro isolamento visto che, anche per l'adesione della Russia di Putin, è stato raggiunto il quorum di paesi e di emissioni necessarie per l'entrata in vigore degli accordi (Berlusconi imitando Bush nel suo attacco di questi giorni agli accordi di Kyoto ha affermato che li contesta perchè sono firmati dal governo Prodi).Ma la crisi ambientale continua ad andare avanti e quindi la Ue è stata costretta a stabilire un altro giro di vite (il 20-20 e 20) che ha scopi tecnici immediati ma ha, dal punto di vista politico, un valore alto per rafforzare il peso della UE nella trattativa che si va ad iniziare a livello mondiale per i nuovi e più performanti accordi tipo Kyoto, con la partecipazione questa volta anche della Cina, dell'India e degli Stati Uniti. Il programma elettorale di Obama, prevede l'annullamento delle importazioni di petrolio dal Medio Oriente e incentivi alle energie alternative capaci di creare 5 milioni di nuovi posti di lavoro non delocalizzabili, e gli Usa e la Cina stanno raggiungendo la Germania nei primi posti tra i paesi produttori di energia eolica.Può la sinistra non essere presente con il suo radicalismo necessario in questo dibattito e in questa battaglia decisiva per la difesa dell'ambiente e per la costruzione di una nuova società? Qui un'ultima riflessione. Il passaggio dalle fonti fossili alle fonti rinnovabili è un passaggio epocale come l'avvio della rivoluzione industriale basata sul carbone, sul petrolio e sulle altre energie fossili. Questo passaggio ha già effetti positivi in paesi come la Spagna, la Germania, la Danimarca etc. e più li avrà in futuro sull'occupazione, sullo sviluppo industriale, sulla bilancia dei pagamenti ed anche sul famigerato PIL. Siccome il sole, il vento sono a disposizione di tutti e non sono quotati in borsa si va determinando una redistribuzione di poteri all'interno del sistema economico e quindi anche del sistema politico. E quindi si possono creare le condizioni per nuovi rapporti sociali e politici. Naturalmente è ovvio che i poteri forti, ancorati al vecchio sistema, si oppongano in ogni modo, anche confondendo le acque attraverso i mass media, a questa trasformazione radicale del sistema energetico. E' ovvio, altresì, che un governo come quello di Berlusconi assuma posizioni retrograde come il ritorno al nucleare già condannato dal popolo italiano con il referendum dell'8 e 9 novembre 1987 e l'attacco alle proposte ambientaliste del Parlamento Europeo con l'inquietante compagnia di viaggio di poco raccomandabili residui del Patto di Varsavia. Perciò è necessario uno sviluppo non solo culturale, non solo di mobilitazioni di massa in varie manifestazioni ma anche di un'organizzazione che concretamente si inserisca nel processo di trasformazione energetica. Per fare un esempio: Alfonso Gianni ricorda che il governo Prodi ha, stavolta ben consigliato, trasferito nella legislazione italiana, con un suo provvedimento sul Conto Energia per gli impianti fotovoltaici, i principi già vigenti da oltre un decennio, in Germania. Questo ha portato già ad alcuni modesti risultati ma afferma il diritto per tutti i cittadini italiani di costruire sul tetto della propria casa un impianto solare fotovoltaico capace di produrre tutta l'energia necessaria liberando così le famiglie dalle bollette sia della luce che del gas e addirittura fornendo un diritto a ricevere un pagamento per l'energia in esubero immessa in rete. Una possibile rivoluzione copernicana del sistema energetico che interessa un terzo di tutti i consumi energetici del paese. Difendere e realizzare questo diritto, che sarà certamente insidiato dal governo Berlusconi, (assieme al risparmio e alle altre energie rinnovabili) è una delle sfide fondamentali per lo sviluppo anche democratico del nostro paese.
Mentre continua ad infuriare, malgrado le immissioni di liquidità di migliaia di miliardi di dollari, di euro e di yen, la crisi dei mercati finanziari e si sviluppa in Europa e in Italia un largo confronto sulle misure della UE contro la crisi ambientale gli articoli di Alfonso Gianni e di Marcello Cini sottolineano che "questo è il momento per la sinistra di costruire e fare valere una propria visione del futuro e della società che sia contemporaneamente la ricetta di fondo per uscire da questa crisi". Partendo da queste premesse vorrei fare alcune considerazioni che continuano un impegno di mie riflessioni e di proposte a cui Liberazione in passato ha dato spazio. Nel XX secolo le grandi rivoluzioni leniniste della Russia, della Cina, del Vietnam fino ad arrivare al Sud Africa ed ora all'America Latina, sono avvenute sulla base dell'alleanza degli operai e dei partiti che li rappresentavano con le sterminate masse contadine che sono state protagoniste sia della rivoluzione d'Ottobre sia della Lunga Marcia di Mao. Rivoluzioni che hanno posto fine ad un periodo della storia iniziato nel 1492 che ha dato all'occidente il dominio del mondo: la globalizzazione colonialista del genocidio degli indiani d'America, della tratta degli schiavi neri, della guerra dell'oppio e in ultimo all'apartheid del Sud Africa. Queste grandi rivoluzioni non ci hanno portato "sulla luna" di una società socialista quale noi sognavamo ma hanno certamente redistribuito ricchezze e poteri tra i principali raggruppamenti nazionali del mondo. Una società multipolare. Del resto anche la grande rivoluzione francese è riuscita sì ad aprire la strada alla libertà di commercio e di impresa e al diritto dei sudditi a farsi riconoscere come cittadini ma non a fare grandi progressi sulla strada dell'egalité e della fraternité. L'altra grande crisi sistemica che è maturata, anche a causa dell'entrata di grandi popoli ex coloniali nella modernità, è quella di un sistema di capitalismo industriale basato sulle energie fossili: il carbone dell'800 che ha sostituito le vele con i piroscafi le diligenze con le ferrovie, i telai meccanici etc. Questa svolta tecnologica è stata alla base anche dello sviluppo della classe operaia e della cultura dell'organizzazione politica che, a partire da Il Manifesto di Marx ed Engels, si è sviluppata a cominciare dai paesi più industrializzati.Alla fine dell'800 è cominciata l'era del petrolio, iniziata negli USA, la cui prorompente diffusione è stata lucidamente avvertita dal fondo di un carcere fascista da Antonio Gramsci con i suoi scritti su "americanismo e fordismo" e che, dopo la II guerra Mondiale, si è diffusa in tutti i paesi occidentali costituendo la base dell'egemonia americana.Dopo due secoli di straordinario sviluppo industriale che ora si estende a quasi tutto il mondo questo modello basato sulle energie fossili si è rivelato, come Marcello Cini ricorda e come centinaia di scienziati hanno nel corso degli ultimi decenni sottolineato e i primi grandi disastri ambientali dimostrano, insostenibile in quanto attraverso questi processi produttivi vengono rimmessi nell'atmosfera composti di carbonio e di altre sostanze che l'evoluzione naturale nel corso di milioni di anni aveva sottratto dall'atmosfera e immagazzinato nelle profondità della terra rendendola vivibile come oggi la conosciamo. Non riconoscere la necessità della fine di questo periodo storico dell'umanità significa, specie per chi vuole comunque collegarsi alle analisi del materialismo storico, porsi fuori dalla realtà e quindi fuori da ogni possibilità di influire sull'economia e sulla politica di ogni paese. A mio avviso la crisi del movimento No Global è dovuta principalmente al fatto di non avere posto al centro della giusta critica alla globalizzazione capitalistica questo elemento di debolezza fondamentale del sistema economico basato sul profitto che costituisce, oggi nel XXI secolo, "l'anello più debole della catena". In questo quadro si colloca l'attuale crisi dell'egemonia americana (si rilegga il libro di Immanuel Wallerstein Il declino dell'America) che è cominciata con la sconfitta del Vietnam e si conclude oggi con la crisi finanziaria di Wall Street che non pochi commentatori hanno paragonato alla caduta del muro di Berlino. L'avvento di un sistema unipolare al posto dell'equilibrio del terrore atomico bipolare, che aveva caratterizzato la seconda metà del secolo scorso, è durato in termini storici lo "spazio di un mattino". I due colossi che si sono svenati nel corso della guerra fredda hanno perso entrambi la loro egemonia: simul stabant et simul cadunt. Partendo dall'analisi di queste tre crisi: globalizzazione coloniale, crisi ambientale e crisi dell'egemonia americana, si può avviare la ricerca di linee nuove di azione per la sinistra italiana, europea e globale. La crisi ambientale è di tale portata che pur in un periodo dominato dal pensiero e dalla pratiche neoliberiste a livello mondiale ad iniziativa soprattutto di alcuni paesi dell'Ue, con forte presenza ambientalista, e dell'Unione nel suo complesso è stata avviata una contrattazione a livello mondiale sfociata negli accordi di Kyoto che prevedono in linea di principio un intervento degli Stati nell'economia per ridurre le emissioni inquinanti al fine di evitare il disastro ambientale. La storia di queste trattative è estremamente significativa per l'azione che l'America ha svolto, prima con Clinton, che ha subordinato la sua firma degli accordi all'abbassamento dei vincoli inizialmente proposti e poi del suo successore Bush che si è rifiutato di riconoscere il patto firmato dal suo predecessore. Questo fatto ha un grande rilievo sia per individuare il ruolo degli Usa nella battaglia contro l'effetto serra sia per sottolineare il loro isolamento visto che, anche per l'adesione della Russia di Putin, è stato raggiunto il quorum di paesi e di emissioni necessarie per l'entrata in vigore degli accordi (Berlusconi imitando Bush nel suo attacco di questi giorni agli accordi di Kyoto ha affermato che li contesta perchè sono firmati dal governo Prodi).Ma la crisi ambientale continua ad andare avanti e quindi la Ue è stata costretta a stabilire un altro giro di vite (il 20-20 e 20) che ha scopi tecnici immediati ma ha, dal punto di vista politico, un valore alto per rafforzare il peso della UE nella trattativa che si va ad iniziare a livello mondiale per i nuovi e più performanti accordi tipo Kyoto, con la partecipazione questa volta anche della Cina, dell'India e degli Stati Uniti. Il programma elettorale di Obama, prevede l'annullamento delle importazioni di petrolio dal Medio Oriente e incentivi alle energie alternative capaci di creare 5 milioni di nuovi posti di lavoro non delocalizzabili, e gli Usa e la Cina stanno raggiungendo la Germania nei primi posti tra i paesi produttori di energia eolica.Può la sinistra non essere presente con il suo radicalismo necessario in questo dibattito e in questa battaglia decisiva per la difesa dell'ambiente e per la costruzione di una nuova società? Qui un'ultima riflessione. Il passaggio dalle fonti fossili alle fonti rinnovabili è un passaggio epocale come l'avvio della rivoluzione industriale basata sul carbone, sul petrolio e sulle altre energie fossili. Questo passaggio ha già effetti positivi in paesi come la Spagna, la Germania, la Danimarca etc. e più li avrà in futuro sull'occupazione, sullo sviluppo industriale, sulla bilancia dei pagamenti ed anche sul famigerato PIL. Siccome il sole, il vento sono a disposizione di tutti e non sono quotati in borsa si va determinando una redistribuzione di poteri all'interno del sistema economico e quindi anche del sistema politico. E quindi si possono creare le condizioni per nuovi rapporti sociali e politici. Naturalmente è ovvio che i poteri forti, ancorati al vecchio sistema, si oppongano in ogni modo, anche confondendo le acque attraverso i mass media, a questa trasformazione radicale del sistema energetico. E' ovvio, altresì, che un governo come quello di Berlusconi assuma posizioni retrograde come il ritorno al nucleare già condannato dal popolo italiano con il referendum dell'8 e 9 novembre 1987 e l'attacco alle proposte ambientaliste del Parlamento Europeo con l'inquietante compagnia di viaggio di poco raccomandabili residui del Patto di Varsavia. Perciò è necessario uno sviluppo non solo culturale, non solo di mobilitazioni di massa in varie manifestazioni ma anche di un'organizzazione che concretamente si inserisca nel processo di trasformazione energetica. Per fare un esempio: Alfonso Gianni ricorda che il governo Prodi ha, stavolta ben consigliato, trasferito nella legislazione italiana, con un suo provvedimento sul Conto Energia per gli impianti fotovoltaici, i principi già vigenti da oltre un decennio, in Germania. Questo ha portato già ad alcuni modesti risultati ma afferma il diritto per tutti i cittadini italiani di costruire sul tetto della propria casa un impianto solare fotovoltaico capace di produrre tutta l'energia necessaria liberando così le famiglie dalle bollette sia della luce che del gas e addirittura fornendo un diritto a ricevere un pagamento per l'energia in esubero immessa in rete. Una possibile rivoluzione copernicana del sistema energetico che interessa un terzo di tutti i consumi energetici del paese. Difendere e realizzare questo diritto, che sarà certamente insidiato dal governo Berlusconi, (assieme al risparmio e alle altre energie rinnovabili) è una delle sfide fondamentali per lo sviluppo anche democratico del nostro paese.
giovedì 9 ottobre 2008
Buone notizie dai ghiacciai dell'Alaska, anzi no
Ed ecco finalmente una buona notizia. Non tutti gli oltre centomila ghiacciai dell'Alaska si stanno ritirando, alcuni stanno addirittura crescendo. Ne sarà felice Sarah Palin, la governatrice del remoto Stato americano che ha sempre negato l'esistenza di un cambiamento climatico generato dall'uomo e che ora, in qualità di candidata alla vicepresidenza, ha dovuto cambiare idea. Durante il recente dibattito in mondovisione col rivale Joe Biden, alla secca domanda «Lei è favorevole a un taglio obbligatorio delle emissioni di anidride carbonica?», ha detto un «Sì, certo», stampato sul sorriso d'ordinanza.Lo Usgs, l'autorità americana in tema geologia e terremoti, ha appena pubblicato un volume di 550 pagine sullo stato dei ghiacciai dell'Alaska. Il libro (scaricabile dal sito www.usgs.gov) mette a confronto foto scattate da satelliti e aerei negli anni 70 e oggi. E rivela che, per davvero, qualche ghiacciaio sta avanzando. Beh sì, vabbè, soltanto lo 0,8% dei ghiacciai. Tutti gli altri – il 99,2% – si stanno ritirando.Chi avanza? E chi si ritira? Nei destini del cambiamento climatico, questa doppia domanda sta per avere un inverso significato politico. Fra meno di due mesi, a Poznan, in Polonia, si riapre l'annuale carosello di trattative diplomatiche fra i disuniti Paesi delle Nazioni Unite, al fine di decidere qualcosa sul futuro dei gas-serra sputati nell'atmosfera dalla civiltà umana. Il tempo stringe, perché il (largamente disatteso) Protocollo di Kyoto si avvia verso la sua scadenza naturale ed, entro l'anno prossimo, dovrà essere firmato il Protocollo di Copenhagen. Ma non è mica detto.Sulla carta, il vertice polacco serve solo a preparare il terreno a quello danese del 2009. Barack Obama e John McCain promettono entrambi di chiudere per sempre con la posizione – prima negazionista, poi oltranzista – dell'amministrazione Bush. Peccato che, quando si aprirà il vertice sul climate change, sapremo chi sarà il 44Ú presidente degli Stati Uniti. Ma il 43Ú sarà ancora in carica, per un altro mese e mezzo. Così, non è neppure detto che si raggiunga il consenso sulle premesse del trattato climatico.Tutto dipende da chi avanza e chi si ritira, chi fa un passo avanti e chi indietro. L'Italia stessa, perlomeno a leggere le prime dichiarazioni del Governo di centrodestra, pare che avrà una posizione meno accondiscendente, di fronte ai propositi coraggiosi avanzati da Angela Merkel e Gordon Brown. Ma oggi, anche Germania e Gran Bretagna potrebbero vacillare.Bisognerebbe avere la sfera di cristallo, per prevedere quanto la crisi finanziaria rallenterà le economie planetarie e, quindi, quanto influirà sui consumi mondiali di carbone, petrolio e gas. Di sicuro però, un'influenza ce l'avrà. A seconda della severità della recessione, i costi connessi al taglio dei gas-serra (e allo scambio sul mercato dei diritti a emetterli) potrebbero risultare politicamente inaccettabili. Soprattutto se diminuirà la sete da combustibili fossili e quindi il ritmo, finora incessante, delle conseguenti emissioni-serra.La relazione fra i ghiacciai e la politica climatica è inversa perché, mentre la maggior parte dei ghiacciai dell'Alaska si ritira, c'è da sperare che non si ritirino i buoni propositi per salvare il mondo. (dal Sole 24 Ore)
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mercoledì 3 settembre 2008
Sull'etanolo persino il partito repubblicano si smarca da George Bush
Il tema controverso è quello delle percentuali di bioetanolo da miscelare con la benzina. Il presidente petroliere è sempre stato un grande sostenitore delle percentuali vincolanti, fissate dal governo. «Decida il mercato», hanno votato all'unanimità i repubblicani alla convention in corso a St.Paul, licenziando la loro piattaforma per le presidenziali di novembre. Sembra una presa di posizione di puro stampo liberista.
Ma si dà il caso che «il mercato» non accontenti tutti allo stesso tempo. Spingere sul bioetanalo servirà pure a limare il prezzo del gallone di benzina e a contenere la dipendenza Usa dai paesi produttori di greggio. Ma fa schizzare alle stelle il prezzo dei cereali, in particolare del granoturco, con effetti a valanga sui generi alimentari e sui mangimi. Presi tra l'incudine e il martello, i repubblicani hanno optato per una linea intermedia che dice basta alle percentuali obbligatorie di etanolo fissate da Washington e caldeggia lo sviluppo di una nuova versione di biofuel, ricavati dalla cellulosa contenuta in alcune erbe invece che dal mais.
La speranza è di catturare il consenso sia dell'elettore che fa il pieno al distributore sia di quello riempie il carrello al supermarket (che poi sono la stessa persona). Con gli standard attuali, servono 9 miliardi di galloni di etanolo da miscelare con la benzina che verrà consumata quest'anno negli Stati Uniti. Ad agosto il governatore repubblicatio del Texas, per tutelare gli allevatori, aveva chiesto invano al governo di dimezzare la percentuale di etanolo dentro la benzina. Pur non arrivando a tanto, il candidato Mc Cain è favorevole all'eliminazione delle quote fisse. Analoga la posizione del democratico Joe Biden, il vice scelto da Obama, favorevole ai biofuel di seconda generazione.
La presa di posizione del partito repubblicano scontenta ovviamente i produttori di etanolo. Senza etanalo, la benzina costerebbe mezzo dollaro in più al gallone, quantifica Matt Harting, portavoce della Renewable Fuels Association. La situazione geopolitica - «l'invasione della Georgia da parte della Russia» - e madre natura - «l'uragano Gustav» - dimostrano che dell'etanolo «non possiamo fare a meno».
Le lamentazioni dei produttori di etanalo sono decisamente esagerate. Gli analisti economici ritengono che finchè il barile di petrolio supererà i 60 dollari (e adesso sta a 111) l'etanalo avrà un mercato remunerativo, anche se il governo smetterà di fissare percentuali vincolanti. Aggiungono che, dal punto di vista politico-elettorare, questo è il «momento buono» per eliminarle. Il provvedimento farà piacere alle industrie alimentari e non punirà più di tanto gli agricoltori, un blocco elettorare importante che in genere propende per i repubblicani. Finché il prezzo del petrolio resterà alto, i produttori di etanolo continueranno a pagare molto bene il mais. A giugno il bushel (misura equivalente a 36 litri) di mais ha toccato il picco di 7 dollari e 79 centesimi.
Poi è sceso, ma continua a costare il 50% più dell'anno scorso. Anche in materia ambientale, sono valutazioni tutte interne quelle che dettano le posizioni dei candidati alla Casa Bianca. La piattaforma dei repubblicani sorvola sulla fame regalata al terzo mondo dai biocombustibili. Rinviamo ad altra sede un'analisi delle politiche ambientali dei candidati alla Casa Bianca. Qui ci limitiamo a ricordare che tra i due vice non c'è partita. Biden è sicuramemte più verde di Obama. Sarah Palin, se possibile, è più grigia di McCain.
Ma si dà il caso che «il mercato» non accontenti tutti allo stesso tempo. Spingere sul bioetanalo servirà pure a limare il prezzo del gallone di benzina e a contenere la dipendenza Usa dai paesi produttori di greggio. Ma fa schizzare alle stelle il prezzo dei cereali, in particolare del granoturco, con effetti a valanga sui generi alimentari e sui mangimi. Presi tra l'incudine e il martello, i repubblicani hanno optato per una linea intermedia che dice basta alle percentuali obbligatorie di etanolo fissate da Washington e caldeggia lo sviluppo di una nuova versione di biofuel, ricavati dalla cellulosa contenuta in alcune erbe invece che dal mais.
La speranza è di catturare il consenso sia dell'elettore che fa il pieno al distributore sia di quello riempie il carrello al supermarket (che poi sono la stessa persona). Con gli standard attuali, servono 9 miliardi di galloni di etanolo da miscelare con la benzina che verrà consumata quest'anno negli Stati Uniti. Ad agosto il governatore repubblicatio del Texas, per tutelare gli allevatori, aveva chiesto invano al governo di dimezzare la percentuale di etanolo dentro la benzina. Pur non arrivando a tanto, il candidato Mc Cain è favorevole all'eliminazione delle quote fisse. Analoga la posizione del democratico Joe Biden, il vice scelto da Obama, favorevole ai biofuel di seconda generazione.
La presa di posizione del partito repubblicano scontenta ovviamente i produttori di etanolo. Senza etanalo, la benzina costerebbe mezzo dollaro in più al gallone, quantifica Matt Harting, portavoce della Renewable Fuels Association. La situazione geopolitica - «l'invasione della Georgia da parte della Russia» - e madre natura - «l'uragano Gustav» - dimostrano che dell'etanolo «non possiamo fare a meno».
Le lamentazioni dei produttori di etanalo sono decisamente esagerate. Gli analisti economici ritengono che finchè il barile di petrolio supererà i 60 dollari (e adesso sta a 111) l'etanalo avrà un mercato remunerativo, anche se il governo smetterà di fissare percentuali vincolanti. Aggiungono che, dal punto di vista politico-elettorare, questo è il «momento buono» per eliminarle. Il provvedimento farà piacere alle industrie alimentari e non punirà più di tanto gli agricoltori, un blocco elettorare importante che in genere propende per i repubblicani. Finché il prezzo del petrolio resterà alto, i produttori di etanolo continueranno a pagare molto bene il mais. A giugno il bushel (misura equivalente a 36 litri) di mais ha toccato il picco di 7 dollari e 79 centesimi.
Poi è sceso, ma continua a costare il 50% più dell'anno scorso. Anche in materia ambientale, sono valutazioni tutte interne quelle che dettano le posizioni dei candidati alla Casa Bianca. La piattaforma dei repubblicani sorvola sulla fame regalata al terzo mondo dai biocombustibili. Rinviamo ad altra sede un'analisi delle politiche ambientali dei candidati alla Casa Bianca. Qui ci limitiamo a ricordare che tra i due vice non c'è partita. Biden è sicuramemte più verde di Obama. Sarah Palin, se possibile, è più grigia di McCain.
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