giovedì 9 ottobre 2008

Buone notizie dai ghiacciai dell'Alaska, anzi no

Ed ecco finalmente una buona notizia. Non tutti gli oltre centomila ghiacciai dell'Alaska si stanno ritirando, alcuni stanno addirittura crescendo. Ne sarà felice Sarah Palin, la governatrice del remoto Stato americano che ha sempre negato l'esistenza di un cambiamento climatico generato dall'uomo e che ora, in qualità di candidata alla vicepresidenza, ha dovuto cambiare idea. Durante il recente dibattito in mondovisione col rivale Joe Biden, alla secca domanda «Lei è favorevole a un taglio obbligatorio delle emissioni di anidride carbonica?», ha detto un «Sì, certo», stampato sul sorriso d'ordinanza.Lo Usgs, l'autorità americana in tema geologia e terremoti, ha appena pubblicato un volume di 550 pagine sullo stato dei ghiacciai dell'Alaska. Il libro (scaricabile dal sito www.usgs.gov) mette a confronto foto scattate da satelliti e aerei negli anni 70 e oggi. E rivela che, per davvero, qualche ghiacciaio sta avanzando. Beh sì, vabbè, soltanto lo 0,8% dei ghiacciai. Tutti gli altri – il 99,2% – si stanno ritirando.Chi avanza? E chi si ritira? Nei destini del cambiamento climatico, questa doppia domanda sta per avere un inverso significato politico. Fra meno di due mesi, a Poznan, in Polonia, si riapre l'annuale carosello di trattative diplomatiche fra i disuniti Paesi delle Nazioni Unite, al fine di decidere qualcosa sul futuro dei gas-serra sputati nell'atmosfera dalla civiltà umana. Il tempo stringe, perché il (largamente disatteso) Protocollo di Kyoto si avvia verso la sua scadenza naturale ed, entro l'anno prossimo, dovrà essere firmato il Protocollo di Copenhagen. Ma non è mica detto.Sulla carta, il vertice polacco serve solo a preparare il terreno a quello danese del 2009. Barack Obama e John McCain promettono entrambi di chiudere per sempre con la posizione – prima negazionista, poi oltranzista – dell'amministrazione Bush. Peccato che, quando si aprirà il vertice sul climate change, sapremo chi sarà il 44Ú presidente degli Stati Uniti. Ma il 43Ú sarà ancora in carica, per un altro mese e mezzo. Così, non è neppure detto che si raggiunga il consenso sulle premesse del trattato climatico.Tutto dipende da chi avanza e chi si ritira, chi fa un passo avanti e chi indietro. L'Italia stessa, perlomeno a leggere le prime dichiarazioni del Governo di centrodestra, pare che avrà una posizione meno accondiscendente, di fronte ai propositi coraggiosi avanzati da Angela Merkel e Gordon Brown. Ma oggi, anche Germania e Gran Bretagna potrebbero vacillare.Bisognerebbe avere la sfera di cristallo, per prevedere quanto la crisi finanziaria rallenterà le economie planetarie e, quindi, quanto influirà sui consumi mondiali di carbone, petrolio e gas. Di sicuro però, un'influenza ce l'avrà. A seconda della severità della recessione, i costi connessi al taglio dei gas-serra (e allo scambio sul mercato dei diritti a emetterli) potrebbero risultare politicamente inaccettabili. Soprattutto se diminuirà la sete da combustibili fossili e quindi il ritmo, finora incessante, delle conseguenti emissioni-serra.La relazione fra i ghiacciai e la politica climatica è inversa perché, mentre la maggior parte dei ghiacciai dell'Alaska si ritira, c'è da sperare che non si ritirino i buoni propositi per salvare il mondo. (dal Sole 24 Ore)

Nessun commento: