Secondo le previsioni del Kyoto Club Italia nel 2010 il nostro paese sarà leader mondiale nello sfruttamento dell’energia solare.
La previsione è di quelle da prendere con le molle, ma se in tempi di crisi c’è bisogno di ottimismo e di fiducia, questa notizia non potrà che illuminare il buio in cui brancola l’economia italiana. E, com’è ovvio che sia, sarà il sole ad indicare la via per uscire fuori dal tunnel. Energia pulita, posti di lavoro, e primato mondiale: tutto questo sarà possibile in Italia grazie al balzo in avanti nel settore delle tecnologie fotovoltaiche, che nel 2010 vedranno il nostro Belpaese diventare leader mondiale dell’energia solare. A formulare questa previsione è il presidente del Kyoto Club Italia, Gianni Silvestrini il quale, nel corso del convegno Energymed di Napoli, ha dichiarato che ”nel 2010 l’Italia sarà il Paese leader del fotovoltraico. (Da Yeslife.it)
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martedì 7 aprile 2009
venerdì 27 marzo 2009
Sviluppo sostenibile, arriva l'impianto che taglia la bolletta
POZZO D'ADDA. ENERGIA PULITA a prezzi contenuti. Termica ed elettrica in un colpo solo, con un taglio consistente della bolletta. E' l'ambizioso obiettivo dell'impianto di cogenerazione che la giunta Quadri sta mettendo in cantiere in zona industriale, la più adatta ad ospitarlo. In un'area defilata, in grado di soddisfare la domanda privata e quella pubblica. Poco distante sorgerà il nuovo polo scolastico, la cosiddetta Cittadella Civica. Realizzato con formula flessibile, l'impianto potrà essere ampliato man mano che gli utenti si faranno avanti. Grazie ai moduli di cui è composto e sui quali è già all'opera Atos, la municipalizzata di Trezzo, allargata da meno di un anno ai vicini. Anche Pozzo e Vaprio ne fanno parte ormai e usufruiscono dell'abilità dei suoi cervelli. Sullo sviluppo sostenibile hanno sempre dato il meglio. Un progetto, quello della centrale, che darà spolvero alle politiche ambientali della giunta dopo la recente adesione al protocollo di Kyoto sulla riduzione delle emissioni in atmosfera. Dalle parole ai fatti, il passo è stato breve. IL NUOVO IMPIANTO per la produzione combinata di elettricità e calore (di cogenerazione appunto) è un tassello importante del processo di ammodernamento del paese avviato dal governo locale. La maxi-caldaia di Pozzo sarà realizzata con tutti i crismi del caso. Un motore a metano alimenterà un generatore producendo energia elettrica immessa nella rete generale. Non andrà perso neppure il calore residuo degli ingranaggi e dei gas di scarico condotti attraverso degli scambiatori alla rete di teleriscaldamento. «Il costo dell'energia è uno dei problemi che tarpa le ali allo sviluppo spiegano in Comune progettare impianti rispettosi dell'ambiente e del portafoglio, è una missione». (Dal Giorno)
L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni
L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni
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mercoledì 25 marzo 2009
Climate camp, a maggio un campeggio ambientalista degli universitari
Sarà nel primo Climate Camp torinese che studenti di tutte le città italiane organizzeranno il «comitato di accoglienza» per i membri del G8 dell´Università, in città dal 17 al 19 di maggio. I ragazzi del Cantiere altro sviluppo, nato dalla fusione tra quel che è rimasto dell´assemblea No-Gelmini dell´Università e della No-Tremonti del Politecnico, lo annunceranno questa sera, nel cortile centrale del Politecnico, in una assemblea aperta a tutti gli studenti e le componenti dei lavoratori impegnate sul fronte della contestazione contro la legge 133. Un Climate Camp è un campeggio ambientalista autogestito nel quale si organizzeranno per tutta la durata del G8 dell´Università una moltitudine di eventi da seminari a concerti, tutti sul tema della sostenibilità e dello sviluppo. Un campeggio per centinaia di ragazzi in città. Dove farlo? Si stanno chiedendo gli studenti. Le possibilità non sono molte e comunque avranno l´effetto di una grande occupazione pacifica di una zona della città. L´idea prima sarebbe di restare vicini al luogo cruciale dell´evento, il castello del Valentino, favorita anche dal fatto che non esisterà una vera propria zona rossa come nel G8 dei capi di Stato e sarà perciò possibile manifestare nei pressi dei luoghi scelti per ospitare l´evento. Dal Politecnico di Torino partirà questa sera (ore 18) un appello agli studenti e ai lavoratori del mondo della conoscenza di tutta Italia che hanno a cuore i temi dell´ambiente affinché si mobilitino e partecipino a quella che nelle aspettative potrebbe rivelarsi la nuova grande manifestazione dell´Onda. Al G8 parteciperanno 50 atenei, due per ciascun paese membro, più altre università di alcuni paesi "in via di sviluppo". La Conferenza dei Rettori, il Politecnico di Torino e l´Università di Firenze hanno rappresentato l´Italia allo scorso G8 University Summit di Sapporo in Giappone nell´estate 2008, a pochi giorni dal G8 dei Capi di Stato. Durante quel primo appuntamento furono discussi il ruolo e il possibile contributo delle università alla crescita economica e alla sostenibilità ambientale globale. Al termine dei lavori fu scritta una dichiarazione, indirizzata agli stati membri che si sarebbero riuniti pochi giorni dopo: la Sapporo Sustainability Declaration (SSD) firmata dai 37 Rettori è una presa di posizione che enfatizza il ruolo dell´istituzione universitaria di fronte alle sfide ambientali in vista di un nuovo protocollo post-Kyoto. «Nella Dichiarazione di Sostenibilità di Sapporo alcuni spunti, annegati in tante contraddizioni e buoni propositi, sono sicuramente condivisibili - dicono i ragazzi dal Cantiere Altro sviluppo - ma, in generale, l´idea di sostenibilità proposta è puro e semplice "Greenwashing", imbellettare di verde le logiche alla base delle nostre economie per continuare a legittimarle». (da Repubblica)
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venerdì 20 marzo 2009
Cibo sintetico per superare l'effetto serra
Per il controverso biofisico James Lovelock, le fonti rinnovabili non bastano: solo il progresso tecnico sconfiggerà la fame e la siccità.
La domanda non è quella giusta. Per James Lovelock, il biofisico inglese padre della teoria di Gaia, la questione non è più come bloccare l'effetto serra, ma come attrezzarci per affrontare al meglio l'inevitabile processo di riscaldamento del Pianeta, che è già in atto.«Ormai è troppo tardi per fermare questo processo », spiega lo scienziato novantenne, che da mezzo secolo dispensa previsioni dal suo laboratorio, in un antico mulino in Cornovaglia, e ha appena pubblicato il suo ultimo libro, The Vanishing Face of Gaia (Penguin). Lovelock, fellow della Royal Society e del Green College di Oxford, è noto per aver messo a punto un metodo per lo studio dei clorofluorocarburi, che ha consentito di identificarli come principali responsabili del buco nell'ozono e ha portato al bando di questi gas dall'industria del freddo. Già negli anni 60, indagando per la Nasa sulle possibili forme di vita su Marte, Lovelock cominciò a rendersi conto del riscaldamento della Terra e a denunciarne le conseguenze. «Se ci fossimo mossi allora – smettendo di bruciare combustibili fossili, per bloccare subito le emissioni umane di anidride carbonica – forse avremmo potuto ottenere qualche risultato. Invece non è stato fatto nulla: malgrado Kyoto, la concentrazione di CO 2 nell'atmosfera ha continuato ad aumentare. Arrivati a questo punto, non ha più senso parlare di sviluppo sostenibile. C'è un sacco di gente che viene da me per chiedermi di non dire queste cose, perché ci toglierebbero la volontà di agire. È vero il contrario. Dire la verità sul riscaldamento del Pianeta ci impone un'enorme mole di lavoro. Ma non è lo stesso lavoro che vorrebbero fare loro».Lovelock conserva la verve polemica di sempre. Per decenni, la sua decisione di avallare l'energia nucleare pur di combattere l'effetto serra gli ha alienato le simpatie dei compagni ambientalisti. Ma questo non lo ha fatto recedere. Oggi, man mano che le sue previsioni sul riscaldamento del Pianeta si rivelano vicine alla realtà, questa posizione attrae maggiori consensi. Tranne che ormai lui stesso l'ha superata. Sembra quasi che le sue teorie nascano dalla passione per l'eresia a tutti i costi. «Neanche per idea –ribatte –.La mia principale aspirazione è vivere in pace con tutti, ma non posso impedirmi di vedere le cose che accadono ». Nella sua ultima provocazione, Lovelock sostiene che nulla potrà più impedire alla Terra di diventare inabitabile e quindi non si vede l'utilità di puntare tanto sulle fonti alternative: «È come passare il tempo a sistemare le sedie sdraio sul ponte, mentre il Titanic affonda». Le vere emergenze, invece, sono altre: il cibo e l'acqua. (Da Il sole 24 Ore)
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
La domanda non è quella giusta. Per James Lovelock, il biofisico inglese padre della teoria di Gaia, la questione non è più come bloccare l'effetto serra, ma come attrezzarci per affrontare al meglio l'inevitabile processo di riscaldamento del Pianeta, che è già in atto.«Ormai è troppo tardi per fermare questo processo », spiega lo scienziato novantenne, che da mezzo secolo dispensa previsioni dal suo laboratorio, in un antico mulino in Cornovaglia, e ha appena pubblicato il suo ultimo libro, The Vanishing Face of Gaia (Penguin). Lovelock, fellow della Royal Society e del Green College di Oxford, è noto per aver messo a punto un metodo per lo studio dei clorofluorocarburi, che ha consentito di identificarli come principali responsabili del buco nell'ozono e ha portato al bando di questi gas dall'industria del freddo. Già negli anni 60, indagando per la Nasa sulle possibili forme di vita su Marte, Lovelock cominciò a rendersi conto del riscaldamento della Terra e a denunciarne le conseguenze. «Se ci fossimo mossi allora – smettendo di bruciare combustibili fossili, per bloccare subito le emissioni umane di anidride carbonica – forse avremmo potuto ottenere qualche risultato. Invece non è stato fatto nulla: malgrado Kyoto, la concentrazione di CO 2 nell'atmosfera ha continuato ad aumentare. Arrivati a questo punto, non ha più senso parlare di sviluppo sostenibile. C'è un sacco di gente che viene da me per chiedermi di non dire queste cose, perché ci toglierebbero la volontà di agire. È vero il contrario. Dire la verità sul riscaldamento del Pianeta ci impone un'enorme mole di lavoro. Ma non è lo stesso lavoro che vorrebbero fare loro».Lovelock conserva la verve polemica di sempre. Per decenni, la sua decisione di avallare l'energia nucleare pur di combattere l'effetto serra gli ha alienato le simpatie dei compagni ambientalisti. Ma questo non lo ha fatto recedere. Oggi, man mano che le sue previsioni sul riscaldamento del Pianeta si rivelano vicine alla realtà, questa posizione attrae maggiori consensi. Tranne che ormai lui stesso l'ha superata. Sembra quasi che le sue teorie nascano dalla passione per l'eresia a tutti i costi. «Neanche per idea –ribatte –.La mia principale aspirazione è vivere in pace con tutti, ma non posso impedirmi di vedere le cose che accadono ». Nella sua ultima provocazione, Lovelock sostiene che nulla potrà più impedire alla Terra di diventare inabitabile e quindi non si vede l'utilità di puntare tanto sulle fonti alternative: «È come passare il tempo a sistemare le sedie sdraio sul ponte, mentre il Titanic affonda». Le vere emergenze, invece, sono altre: il cibo e l'acqua. (Da Il sole 24 Ore)
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
giovedì 19 marzo 2009
Un omaggio all’architettura sostenibile di Renzo Piano
Chi meglio di Renzo Piano, architetto italiano famoso in tutto il mondo, può indicare la retta via dell’architettura verde del futuro? E la direzione del maestro è quella di sviluppare tecnologie amiche da fonti rinnovabili, che rendono energeticamente indipendente, favorendo una cultura del risparmio energetico. La perfetta sintesi di tutto ciò è il Museo di Scienze Naturali di San Francisco, nel bel mezzo del Golden Gate Park, opera dell’architetto italiano. Un esempio di come anche durante l’America di Bush contraria al protocollo di Kyoto, c’era un’America che “cercava di mettere la natura al centro delle cose”, come dice Renzo Piano in una lettera inviata all’amico Beppe Grillo. Il progetto di Renzo Piano è diventato realtà il 27 settembre 2008: il nuovo edificio ecocompatibile che combina centro di ricerca, museo di storia naturale, acquario e planetario, con all’interno 20 milioni di specie animali e vegetali, è stato inaugurato con il volo di 30 mila farfalle, metafore viventi della leggerezza e della trasparenza. E l’America ha applaudito l’architetto che persegue l’utopia di una bellezza ecologica. Oltre all’elogio del Time il progetto ha ricevuto anche il Platinum Award, cioè il massimo livello nel sistema di valutazione americano della qualità energetico-ambientale degli edifici. E’ lo stesso Renzo Piano ad illustrare il fantastico edificio del Museo americano. “L’idea di un tetto vivo, animato, che respira e dialoga con la natura circostante, su cui sono piantate 1,7 milioni di pianticelle autoctone della California, scelte tra le più resistenti alla siccità, l’ho ripresa da consuetudini antiche delle nostre campagne, delle nostre montagne. La massa di terra e lo strato di vegetazione sopra i tetti di notte accumula umidità, e diventa un isolante termico quando arriva il sole e il calore del giorno”. Il principio della flora e della fauna autoctone è quello che permette al tetto vivente di assolvere non solo alla funzione isolante e salvaenergia che un manto verde può assicurare, ma anche quella di risparmiare sulla manutenzione, non necessitando né di irrigazione né di fertilizzazione, e di supporto al ripristino dell’habitat locale. (da Yeslife.it)
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venerdì 13 marzo 2009
Sfida ecologica, l’evento "produrrà" un bosco
E’ una sfida anche questa. Decisamente inedita: un evento automobilistico in chiave «ecologica» che contribuirà al rimboschimento di oltre 50 mila metri di bosco.Sembra un controsenso coniugare, nella stessa direzione, auto - quasi sempre sul banco degli imputati quando si parla di inquinamento - e difesa dell’ambiente. Ma è la sfida che affronta, quest’anno, la Mac Events di Genova, società organizzatrice della rievocazione della Milano-Sanremo. «E’ una mission che vogliamo applicare anche ai nostri prossimi impegni motoristici - dicono alla Mac Events - La Milano-Sanremo sarà “certificata” a impatto zero da Lifegate, società che diffonde e sostiene progetti, valori ecocompatibili e rispetto dell’uomo e dell’ambiente». Come? «Convertendo - dicono gli organizzatori - in chiave ecosostenibile e di risparmio energetico tutti i nostri interventi». In base al protocollo di Kyoto è stato calcolato che la Milano-Sanremo comporterà un emissione di CO2 (anidride carbonica) per 263816 kg. Cui corrispondono 51700 metri quadrati di foresta. Ecco allora che Mac Events, con i risparmi energetici che riuscirà a fare, ripianterà 51700 metri quadrati di bosco in Costarica. Come avverranno i risparmi? In tanti modi: riducendo l’utilizzo di materiali cartacei con l’uso della posta elettronica; stampando i materiali promozionali sui carta riciclata; utilizzando tessuti ecosostenibili; rinunciando, ove possibile, a materiale plastico per scopi promozionali; scelta di fornitori che limitano il consumo di CO2; promuovendo il car-pooling (utilizzo in comune di auto) per lo spostamento dei partecipanti; impiego di vetture a basso impatto ambientale per lo staff; catering con prodotti di origine locale acquistati nel raggio di 100 km; utilizzo di detersivi a basso impatto ambientale; smaltimento differenziato dei rifiuti. (Da La Stampa)
Ecco come le grandi aziende dichiarano di volere sensibilizzare le giovani generazioni sui comportamenti eco sostenibili. Il caso dell’Eni, guidato dall’ad Paolo Scaroni
Ecco come le grandi aziende dichiarano di volere sensibilizzare le giovani generazioni sui comportamenti eco sostenibili. Il caso dell’Eni, guidato dall’ad Paolo Scaroni
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giovedì 5 marzo 2009
Dialogo tra Latouche e Petrini: "La decrescita unica speranza"
Il francese è il teorico della decrescita serena. L´italiano è il guru di Slow Food, celebrato da Time come uno dei cinquanta uomini che hanno cambiato il mondo. Serge Latouche e Carlo Petrini erano ieri sera a Pinerolo, ospiti del primo incontro della rassegna "Pensieri in piazza". Il loro è stato un dialogo stimolante, seguito con partecipazione. Con un sorriso ammettono di andare d´accordo su tutto. Per "Repubblica" hanno accettato di dialogare su alcuni temi legati alla crisi e al Piemonte.Le vostre prese di posizione hanno anticipato molti dei temi dell´attuale crisi mondiale.Latouche: «Erano anni che mi chiedevo come mai la crisi non fosse ancora esplosa. Non bisogna essere dei profeti per capire che questo sistema sarebbe andato a fracassare da qualche parte. Non si poteva andare avanti a produrre sempre di più, non era più sostenibile. Il nostro merito è di aver indicato una strada alternativa a quello che chiamo con una brutta definizione il totalitarismo del produttivismo».Petrini: «Anche le nostre riflessioni partono da lontano, basta pensare a cosa diceva Pierpaolo Pasolini, che era un poeta ma sapeva denunciare i mali dell´attuale società. L´Italia ha messo da parte l´economia della sussistenza, un giusto rapporto con la natura e il territorio».Latouche: «Carlo mette bene a fuoco il problema ed io aggiungo che è ora di smetterla di ingrassare, di consumare. Mi capita di citare spesso il mito della torta che ci ha fatto diventare obesi. Ma questa torta non c´è più e bisogna anche cambiare la ricetta. Ed anche in questa difficile fase tutti i governi continuano a sbagliare perché parlano di rilanciare l´economia, quando invece l´unica cosa saggia da fare è fermarsi».Tra i temi che tornano in discussione c´è quello dei dazi sui prodotti agricoli. Petrini l´ha recentemente rilanciata sollevando non poco scandalo.Petrini: «La sovranità alimentare, e Slow Food l´ha capito da tempo, è un bene che va preservato perché non difende solo i contadini ma anche la biodiversità di un territorio. Se guardiamo ai prodotti piemontesi avvertiamo bene gli sprechi giganteschi a cui ci condanna l´attuale economia globalizzata, un´economia canaglia. C´è una follia totale nei soldi che buttiamo via».Latouche: «Anni fa ricordo di aver parlato ad un convegno di protezionismo e le mie affermazioni fecero scandalo. In Italia sembrava quasi di passare per fascisti. Invece un po´ di protezionismo serve a fermare questi giochi al massacro che vengono giustificati con il libero mercato. Decrescere non vuol poi dire cancellare posti di lavoro ma migliorare la qualità della vita».Petrini: «Sempre guardando al Piemonte e ai suoi prodotti come il riso, va detto che mettere dei dazi potrebbe servire a bloccare le politiche dei sussidi che servono solo a fare dumping, cioè vendere a prezzi truccati».Per chiudere, una riflessione sul deficit ecologico, cioè sulla situazione di stress del nostro pianeta.Petrini: «L´unica soluzione possibile è quella di decelerare e di puntare sull´economia locale. Non è una riflessione scontata almeno per l´Italia. Nel nostro paese manca una reale democrazia partecipativa che si realizzi a livello locale».Latouche: «Se non invertiamo la rotta, ci attende una catastrofe ecologica e umana. In giro sento però tante idee interessanti. Una è quella di lasciare da parte il protocollo di Kyoto che guarda solo alla domanda. Bisogna intervenire sull´offerta. Un impegno concreto sarebbe quello di ridurre la produzione di petrolio del 10 per cento ogni anno. È un circolo virtuoso perché interviene sulle società di tutto il mondo e rende sostenibili molte economie. Ridurre i consumi di petrolio cancellerebbe gli 8mila camion che ogni giorno portano tra Italia e Francia solo carichi di "merde", cioè inutile acqua minerale, pomodori e milioni di rotoli di carta igienica». (da Repubblica)
martedì 24 febbraio 2009
LifeGate e lo sviluppo sostenibile
Nel 2001 Marco Roveda, dopo il successo di Fattoria Scaldasole marchio che ha aperto la strada al biologico in Italia , fonda LifeGate, azienda che promuove un modello economico incentrato sulle 3p di "people, planet e profit", nel quale il profitto convive con il rispetto per l'uomo e l'ambiente. Oggi LifeGate si avvale di un network composto da radio, Web e magazine, per informare e diffondere lo sviluppo sostenibile con una colonna sonora di qualità ed offre anche servizi di CSR per aiutare le aziende a gestire efficacemente le problematiche d'impatto sociale ed etico al loro interno e nelle zone di attività. Tra questi, Impatto Zero e ZeroE, energia rinnovabile a Impatto Zero con Edison.In occasione dell’anniversario del Protocollo di Kyoto, LifeGate lancia YouImpact, una nuova piattaforma di sharing rivolta ad una communità "ecotech" che si confronta, con un atteggiamento propositivo e in maniera divertente e piacevole, sulle tematiche ambientali, offrendo a tutti gli internauti la possibilità di condividere video, audio e immagini. Una nuova visione "green" dell’intrattenimento e della creatività. Ma anche un’iniziativa concreta per il futuro del pianeta: per ogni contenuto inserito in YouImpact, LifeGate con Impatto Zero si impegna a creare 1 mq di nuove foreste in Costa Rica.Non solo: ogni settimana è prevista l’assegnazione di un "bonus foresta" che premia i 50 contenuti più votati nella classifica generale e nei concorsi gestiti dal sito, per un ammontare complessivo di 202.020 mq di foresta all’anno. Il bonus vuole ricordare simbolicamente l’obiettivo del 202020 abbattere il 20 per cento delle emissioni di CO2 prodotte in Europa rispetto al 1990, produrre il 20 per cento di energia da fonti rinnovabili e aumentare del 20 per cento l'efficienza energetica previsto dall’Unione Europea entro il 2020 per combattere i cambiamenti climatici. Un ulteriore segno dell’impegno concreto di LifeGate a favore dell’ambiente è la versione online della conferenza stampa di presentazione di YouImpact, realizzata sulla soluzione Cisco WebEx per meeting e collaboration sul web, che ha permesso ai giornalisti di partecipare all’evento senza spostarsi, evitando così l’emissione in atmosfera di CO2. Cisco, leader nella fornitura di soluzioni di rete, è stato infatti il primo partner a sposare l’iniziativa.In occasione del lancio ha inoltre preso il via "The green effect", concorso che ha per tema il "Green IT", ossia la tecnologia amica dell’ambiente. Fino al 22 aprile, gli utenti potranno partecipare postando materiale audio, video e immagini che mostrano come la tecnologia possa integrarsi con la vita quotidiana per ridurne l’impatto ambientale. La community stessa decreterà i vincitori, votando i video entro il 22 maggio. I nove contributi migliori riceveranno un Bonus metri quadrati di foresta in Costa Rica. (Da Affari & Finanza)
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martedì 17 febbraio 2009
Kyoto, le aziende battono la politica
I l Protocollo di Kyoto ha compiuto ieri quattro anni: per convenzione, l'accordo ambientale dell'Onu viene ricordato non con la data della firma ( dicembre ' 97) ma con la sua entrata in vigore il 16 febbraio 2005. In questi quattro anni il mondo ambientale è cambiato e l'industria energetica –quella più coinvolta dalle limitazioni alle emissioni di anidride carbonica –non è più la stessa di qualche anno fa.Qualche elemento di fondo. Il Protocollo di Kyoto rimane un obiettivo condiviso, ma è uno strumento vecchio. Lo confermano le inadeguatezze del piano europeo "20-20-20" (cioè il pacchetto clima-energia) e della direttiva Emissions Trading, i cui obiettivi sono difficili da conseguire e i costi restano alti nonostante che l'Italia sia riuscita ad ammorbidire i vincoli eccessivi. Il nodo negoziale dell'applicazione dei vincoli, degli incentivi e delle sanzioni si è spostato al prossimo negoziato internazionale in programma in dicembre a Copenaghen. Un altro elemento sotteso: l'industria sta cambiando in modo assai veloce e corre più in avanti dei politici di Bruxelles.I dati appena elaborati dall'Istat dicono che nel 2006 le aziende di maggiori dimensioni, con 1.664 milioni di euro, avevano realizzano quasi l'84 per cento del totale degli investimenti in campo ambientale, mentre le piccole e medie imprese erano marginalissime nel mercato verde. Era un altro sistema industriale. Oggi invece vediamo che la piccola e media impresa si affianca ai colossi. La M&G costruisce a Rivalta Scrivia un impianto per produrre benzina vegetale; la Ferrari di Maranello – ha annunciato ieri Luca Cordero di Montezemolo –entro l'anno venturo sarà energeticamente autosufficiente; la neonata Mx Group di Villasanta (Milano) ha lanciato i pannelli solari fai-da-te nel comodo kit preconfezionato. E in Brasile per la prima volta nel 2008 le vendite di alcol come carburante hanno superato la benzina.Il cosiddetto "effetto Obama" non è all'origine del cambiamento, ma ne è conseguenza: il nuovo presidente degli Stati Uniti, nell'incentivare il nucleare, le nuove tecnologie e una conversione del sistema produttivo verso uno sviluppo sostenibile, ha saputo capire un bisogno dell'industria e dei consumatori.Il mercato c'è: spesso non c'è la politica, quella stessa politica che – rimasta al pliocene dell'ecologia – introduce un incentivo all'auto senza spingere sull'ecologia e l'innovazione, o che dimentica lo sconto fiscale del 55% per chi spende per rendere più efficiente la casa.Nel 2000, quando il mondo del Protocollo di Kyoto si incon-trò all'Aia, si capì a che cosa serviva quell'accordo internazionale. Il Protocollo di Kyoto non ha ridotto di nemmeno un grammo le emissioni di anidride carbonica (+33% in 16 anni) ma «è un ottimo termometro della trattativa –ricorda Corrado Clini, direttore generale al ministero dell'Ambiente e uno dei grandi negoziatori internazionali dell'ecologia – ed è uno strumento di lettura delle posizioni: nel 2000 all'Aia l'Europa per la prima volta decise di andare avanti da sola con la sua posizione di imporre vincoli, mentre gli Stati Uniti si rinchiusero nella sottovalutazione degli effetti dei cambiamenti del clima. Posizioni perdenti che solamente oggi si tenta di superare».In questi giorni tra le due rive dell'Atlantico si cerca di delineare, in vista dell'incontro di Copenaghen, una politica condivisa tra Stati Uniti ed Europa. Si studiano misure comuni sugli standard tecnologici da adottare, sui livelli minimi di efficienza delle centrali elettriche, sulle caratteristiche delle automobili di nuova concezione, sulla struttura degli incentivi che non devono distorcere il mercato. (Dal Sole 24 Ore)
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è ciò che Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è ciò che Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
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lunedì 16 febbraio 2009
«In calo le emissioni di gas serra»
Il nostro Paese potrebbe riuscire a rispettare gli impegni presi in sede internazionale sulle emissioni di gas serra.E' quanto è emerso ieri mattina a Roma nel corso della conferenza stampa di presentazione del Dossier Kyoto realizzato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile. «Dal 2005 il trend in Italia è cambiato» ha spiegato Edo Ronchi, presidente della Fondazione e firmatario del Protocollo di Kyoto, per cui «nel 2012 potremmo essere molto vicini all'obiettivo, con una riduzione delle emissioni del 5,4%, rispetto al -6,5% previsto dal protocollo. Dal dossier risulta in particolare che nel 2007 e nella prima metà del 2008, la tendenza al calo delle emissioni è stata rafforzata anche dal consistente aumento del prezzo del petrolio. Alla fine del 2008, invece, è arrivata la crisi, il petrolio è calato sui mercati, ma sono calati parallelamente i consumi di energia. Tutto lascia pensare che «nel 2009 le emissioni prevedibilmente continueranno a diminuire «ha detto Ronchi, sottolineando come» le proiezioni che prevedevano continue crescite delle emissioni di CO2 in Italia sono risultate infondate, anche se, per raggiungere gli obiettivi al 2012, occorre uno sforzo aggiuntivo». ( da "Liberazione")
Anche i grandi gruppi hanno contribuito a questo trend positivo. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa del suo amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
Anche i grandi gruppi hanno contribuito a questo trend positivo. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa del suo amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
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venerdì 13 febbraio 2009
L’Iea: «Zero emissioni nella produzione di energia elettrica»
Per il futuro del pianeta, anche in tempi di crisi, bisogna investire in efficienza energetica e fonti rinnovabili. Lo ha affermato l'Iea (International energy agency) durante la tavola rotonda «Kyoto, transizione energetica, rinnovabili. Le grandi aziende energetiche verso Copenaghen e gli obiettivi 2020» organizzata a Roma dal Kyoto Club per celebrare il decennale della fondazione. Paolo Frankl, responsabile dell'unità Energia rinnovabile dell'Iea, ha affermato la necessità di mirare, entro il 2050, all'obiettivo di emissioni zero per il sistema elettrico al fine di scongiurare una catastrofe ambientale. Frankl, ha illustrato in dettaglio gli scenari possibili per un «futuro sostenibile», sottolineando la necessità di un massiccio ricorso alle cosiddette fonti pulite di approvvigionamento energetico, anche perché continuando a produrre Co2 come ora «la temperatura globale si alzerà di 6 gradi entro fine secolo», con conseguenze devastanti sull'ecosistema. La Iea ha quindi individuato tre priorità: efficienza energetica, rinnovabili e nucleare, su cui la comunità internazionale dovrà confrontarsi nei prossimi incontri internazionali, ma soprattutto all'appuntamento di Copenaghen per definire gli obiettivi post-Kyoto. È quindi necessario mettere in moto un vero e proprio circolo virtuoso che tenda a portare a zero, per il 2050, le emissioni di Co2 della produzione di energia in alcuni settori, come ad esempio per il sistema elettrico, dove - ha spiegato Frankl - si può intervenire più facilmente che in altri settori come i trasporti o i cicli di trasformazione industriale, laddove sarà invece necessario amalgamare più forme di energia. (Da Finanza & Mercati)
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
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lunedì 9 febbraio 2009
Venerdì ore 18, si spengono le luci
Venerdì 13 febbraio torna per il quinto anno «M’illumino di meno» E prende il via la settimana di sensibilizzazione promossa da Legambiente sullo sviluppo sostenibile
Sette giorni d’iniziative disseminate su tutto il territorio nazionale per rispettare gli obiettivi di Kyoto: più energia verde, niente sprechi e più mobilità sostenibile sono le linee guida che ispirano tutti gli eventi di sensibilizzazione e di informazione sulla «febbre del Pianeta». È la quinta edizione della Settimana Amica del Clima, la campagna di Legambiente che con il sostegno di diversi sponsor mobilita i cittadini con iniziative mirate. In scena dal 13 al 20 febbraio, si articola lungo un’intera settimana per festeggiare il compleanno di Kyoto (accordo globale per combattere gli effetti dei mutamenti climatici entrato in vigore il 16 febbraio 2005). (Da Finanza & Mercati)
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
Sette giorni d’iniziative disseminate su tutto il territorio nazionale per rispettare gli obiettivi di Kyoto: più energia verde, niente sprechi e più mobilità sostenibile sono le linee guida che ispirano tutti gli eventi di sensibilizzazione e di informazione sulla «febbre del Pianeta». È la quinta edizione della Settimana Amica del Clima, la campagna di Legambiente che con il sostegno di diversi sponsor mobilita i cittadini con iniziative mirate. In scena dal 13 al 20 febbraio, si articola lungo un’intera settimana per festeggiare il compleanno di Kyoto (accordo globale per combattere gli effetti dei mutamenti climatici entrato in vigore il 16 febbraio 2005). (Da Finanza & Mercati)
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
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martedì 16 dicembre 2008
«La sfida è affrontare il dopo Kyoto»
Tratto dal Sole 24 Ore
Una proposta di direttiva, quella appena varata a Bruxelles, che va nella direzione giusta, bilanciando sviluppo e sostenibilità. Che, però, bisognerà seguire negli sviluppi più immediati perché possa produrre tutti i suoi effetti. Aldo Fumagalli Romario, 50 anni, presidente e amministratore delegato del Gruppo Sol (gas industriali) fa il punto della situazione anche nella veste di presidente della Commissione sviluppo sostenibile di Confindustria. E traccia nuovi, possibili, scenari già dietro l'angolo.Fumagalli,a suo parere l'esito del round europeo sull'emission trading è in linea con lo spirito che caratterizza il suo impegno associativo tutto orientato allo sviluppo sostenibile?Penso di sì. Ne sono convinto, non a caso il progetto punta a raggiungere lo sviluppo attraverso la sostenibilità, sia in riferimento alle risorse disponibili sia a quelle attualmente a disposizione dell'intero pianeta. Che, ovviamente, non sono infinite.Qual è stato, secondo lei, lo snodo-chiave del negoziato appena concluso?Il tema emission trading ha trovato una sterzata nel fatto che ci si è focalizzati, alla fine, sulle energie rinnovabili e su un meccanismo premiante. Ma il vero snodo è stato quando il presidente Emma Marcegaglia, impegnandosi in prima persona, ha trovato l'intesa con le altre Confidustrie europee rappresentative di uno degli stakeholder in campo, cioè le aziende. Senza questa azione le conseguenze sarebbero state pesanti, con un sistema basato esclusivamente sull'acquisto di diritti di emissione per le lavorazioni che producono più Co2.Il nuovo progetto di direttiva, a questo punto, dovrà concretizzarsi in un testo definitivo da votare in Parlamento. Cosa ci può aspettare e, soprattutto, cosa c'è dietro l'angolo per gli stakeholder- aziende?Appunto, bisognerà concretizzare il progetto e bisognerà farlo bene. Non è un elemento nè facile nè scontato. Non era semplice, certo, nemmeno pensare a una svolta positiva in così poco tempo, così come si è appena realizzata. Penso che nessuno, soltanto a settembre avrebbe immaginato un simile ribaltamento.Si è molto discusso sulle prospettive di competitività per il sistema delle aziende europee da qui al 2020. Poi, la crisi scoppiata in autunno. E ora ?Ora bisognerà far sì che le questioni di tecnica legale anche in vista delle votazioni parlamentari che renderanno il provvedimento definitivo aiutinoad attuare lo spirito del negoziato in senso non restrittivo. Questa svolta è stata molto positiva. Ha premiato le aziende che si impegnano negli investimenti in energie rinnovabili. Ma non è tutto.In che senso?Trovo che siano molto positive la clausola di revisione e la flessibilità sui crediti per i progetti fatti fuori dall'Unione europea. L'anno prossimo, a Copenhagen, ci sarà un altro summit strategico. Vedremo.Quali criticità è possibile individuare, allo stato dei fatti?Intanto, bisognerà allargare il discorso anche a Stati Uniti e a Cina, India. L'Europa ha dato l'esempio,si è impegnata,ora bisognerà che anche queste nazioni si diano da fare da parte loro. Bisogna considerare che la programmazione pilota per l'immissione del Co2 nel sottosuolo dovrà rispondere al principio di equa distribuzione e quindi dovrà essere effettuata in maniera non squilibrata dal punto di vista pratico.Esistono spazi e margini ancora non ben definiti tra le varie categorie di aziende esentate dall'asta per l'acquisto di diritti di emissione.Alcune aziende consumano energia ma non emettono Co2, specie nel settore della chimica. Quindi sarebbe opportuno trovare una soluzione che non le penalizzi ulteriormente. E che estenda anche a loro il criterio premiante per chi investe in rinnovabili.
Anche i grandi gruppi iniziano a muoversi. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno a favore dell’ambiente
Una proposta di direttiva, quella appena varata a Bruxelles, che va nella direzione giusta, bilanciando sviluppo e sostenibilità. Che, però, bisognerà seguire negli sviluppi più immediati perché possa produrre tutti i suoi effetti. Aldo Fumagalli Romario, 50 anni, presidente e amministratore delegato del Gruppo Sol (gas industriali) fa il punto della situazione anche nella veste di presidente della Commissione sviluppo sostenibile di Confindustria. E traccia nuovi, possibili, scenari già dietro l'angolo.Fumagalli,a suo parere l'esito del round europeo sull'emission trading è in linea con lo spirito che caratterizza il suo impegno associativo tutto orientato allo sviluppo sostenibile?Penso di sì. Ne sono convinto, non a caso il progetto punta a raggiungere lo sviluppo attraverso la sostenibilità, sia in riferimento alle risorse disponibili sia a quelle attualmente a disposizione dell'intero pianeta. Che, ovviamente, non sono infinite.Qual è stato, secondo lei, lo snodo-chiave del negoziato appena concluso?Il tema emission trading ha trovato una sterzata nel fatto che ci si è focalizzati, alla fine, sulle energie rinnovabili e su un meccanismo premiante. Ma il vero snodo è stato quando il presidente Emma Marcegaglia, impegnandosi in prima persona, ha trovato l'intesa con le altre Confidustrie europee rappresentative di uno degli stakeholder in campo, cioè le aziende. Senza questa azione le conseguenze sarebbero state pesanti, con un sistema basato esclusivamente sull'acquisto di diritti di emissione per le lavorazioni che producono più Co2.Il nuovo progetto di direttiva, a questo punto, dovrà concretizzarsi in un testo definitivo da votare in Parlamento. Cosa ci può aspettare e, soprattutto, cosa c'è dietro l'angolo per gli stakeholder- aziende?Appunto, bisognerà concretizzare il progetto e bisognerà farlo bene. Non è un elemento nè facile nè scontato. Non era semplice, certo, nemmeno pensare a una svolta positiva in così poco tempo, così come si è appena realizzata. Penso che nessuno, soltanto a settembre avrebbe immaginato un simile ribaltamento.Si è molto discusso sulle prospettive di competitività per il sistema delle aziende europee da qui al 2020. Poi, la crisi scoppiata in autunno. E ora ?Ora bisognerà far sì che le questioni di tecnica legale anche in vista delle votazioni parlamentari che renderanno il provvedimento definitivo aiutinoad attuare lo spirito del negoziato in senso non restrittivo. Questa svolta è stata molto positiva. Ha premiato le aziende che si impegnano negli investimenti in energie rinnovabili. Ma non è tutto.In che senso?Trovo che siano molto positive la clausola di revisione e la flessibilità sui crediti per i progetti fatti fuori dall'Unione europea. L'anno prossimo, a Copenhagen, ci sarà un altro summit strategico. Vedremo.Quali criticità è possibile individuare, allo stato dei fatti?Intanto, bisognerà allargare il discorso anche a Stati Uniti e a Cina, India. L'Europa ha dato l'esempio,si è impegnata,ora bisognerà che anche queste nazioni si diano da fare da parte loro. Bisogna considerare che la programmazione pilota per l'immissione del Co2 nel sottosuolo dovrà rispondere al principio di equa distribuzione e quindi dovrà essere effettuata in maniera non squilibrata dal punto di vista pratico.Esistono spazi e margini ancora non ben definiti tra le varie categorie di aziende esentate dall'asta per l'acquisto di diritti di emissione.Alcune aziende consumano energia ma non emettono Co2, specie nel settore della chimica. Quindi sarebbe opportuno trovare una soluzione che non le penalizzi ulteriormente. E che estenda anche a loro il criterio premiante per chi investe in rinnovabili.
Anche i grandi gruppi iniziano a muoversi. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno a favore dell’ambiente
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giovedì 11 dicembre 2008
Gas serra, rimandata l'Italia: 44esima al mondo
Da Il Giornale
Il nostro Paese perde tre posizioni rispetto allo scorso anno precedendo di poco Polonia e Cina e avvicinandosi alle maglie nere di Usa e Arabia Saudita. Sotto accusa di Legambiente il deficit nei trasporti, le poco incisive politichecontro le emissioni di CO2 e il ritorno al carbone
Roma - Sempre più giù. Italia in caduta libera nel Climate Change Performance Index del German Watch, il rapporto internazionale che valuta la qualità degli interventi per la riduzione dei gas serra nei Paesi industrializzati ed emergenti realizzato con la collaborazione di Legambiente. L'Italia - che perde terreno rispetto alla scorso anno quando era al 41esimo posto - precede di poco Paesi come la Polonia e la Cina e ha le stesse performance negative del Giappone. Lo studio, che si sofferma sugli interventi positivi e strutturali di ogni singola nazione nel campo della lotta al riscaldamento globale, ci mette al 44esimo posto sui 57 Paesi a maggiori emissioni di CO2 (che insieme producono oltre il 90% dei gas serra a livello mondiale). Svezia, Germania e Francia sono il terzetto di testa. In quarta e quinta posizione, a sorpresa, ci sono India e Brasile. Mentre le ultime posizioni sono di Arabia Saudita, Canada e Usa.
Le critiche "Una performance disastrosa - sottolinea Legambiente, una delle associazioni ambientaliste internazionali che ha collaborato alla stesura del rapporto - che rispecchia il cronico ritardo del nostro Paese nel raggiungimento degli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto". A spingerci così in basso in questa graduatoria sono l'assenza di una strategia complessiva per abbattere le emissioni di CO2, una politica energetica che punta sull’aumento dell’uso del carbone, il deficit di trasporti a basse emissioni. A 11 anni dalla firma del Protocollo di Kyoto c’è la constatazione che l'Italia è uno dei Paesi europei dove i gas serra sono cresciuti rispetto ai livelli del 1990 (+9,9%), nonostante il trattato internazionale imponga un taglio del 6,5%.
Punti forti "A salvare l'Italia dagli ultimissimi posti della classifica - sottolinea ancora Legambiente - le poche ma importanti misure adottate in questi anni, come il conto energia per la promozione del fotovoltaico o gli incentivi del 55 per cento per l'efficienza energetica. E la situazione dell'Italia - come sottolinea il rapporto -potrebbe presto diventare ancora peggiore, anche per il ruolo all'interno dei negoziati internazionali in corso. Insieme alla Polonia l'Italia è il paese che merita il giudizio più negativo sul piano internazionale per i ripetuti tentativi di sabotare il pacchetto energia e clima dell'Unione europea".
Il nostro Paese perde tre posizioni rispetto allo scorso anno precedendo di poco Polonia e Cina e avvicinandosi alle maglie nere di Usa e Arabia Saudita. Sotto accusa di Legambiente il deficit nei trasporti, le poco incisive politichecontro le emissioni di CO2 e il ritorno al carbone
Roma - Sempre più giù. Italia in caduta libera nel Climate Change Performance Index del German Watch, il rapporto internazionale che valuta la qualità degli interventi per la riduzione dei gas serra nei Paesi industrializzati ed emergenti realizzato con la collaborazione di Legambiente. L'Italia - che perde terreno rispetto alla scorso anno quando era al 41esimo posto - precede di poco Paesi come la Polonia e la Cina e ha le stesse performance negative del Giappone. Lo studio, che si sofferma sugli interventi positivi e strutturali di ogni singola nazione nel campo della lotta al riscaldamento globale, ci mette al 44esimo posto sui 57 Paesi a maggiori emissioni di CO2 (che insieme producono oltre il 90% dei gas serra a livello mondiale). Svezia, Germania e Francia sono il terzetto di testa. In quarta e quinta posizione, a sorpresa, ci sono India e Brasile. Mentre le ultime posizioni sono di Arabia Saudita, Canada e Usa.
Le critiche "Una performance disastrosa - sottolinea Legambiente, una delle associazioni ambientaliste internazionali che ha collaborato alla stesura del rapporto - che rispecchia il cronico ritardo del nostro Paese nel raggiungimento degli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto". A spingerci così in basso in questa graduatoria sono l'assenza di una strategia complessiva per abbattere le emissioni di CO2, una politica energetica che punta sull’aumento dell’uso del carbone, il deficit di trasporti a basse emissioni. A 11 anni dalla firma del Protocollo di Kyoto c’è la constatazione che l'Italia è uno dei Paesi europei dove i gas serra sono cresciuti rispetto ai livelli del 1990 (+9,9%), nonostante il trattato internazionale imponga un taglio del 6,5%.
Punti forti "A salvare l'Italia dagli ultimissimi posti della classifica - sottolinea ancora Legambiente - le poche ma importanti misure adottate in questi anni, come il conto energia per la promozione del fotovoltaico o gli incentivi del 55 per cento per l'efficienza energetica. E la situazione dell'Italia - come sottolinea il rapporto -potrebbe presto diventare ancora peggiore, anche per il ruolo all'interno dei negoziati internazionali in corso. Insieme alla Polonia l'Italia è il paese che merita il giudizio più negativo sul piano internazionale per i ripetuti tentativi di sabotare il pacchetto energia e clima dell'Unione europea".
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mercoledì 10 dicembre 2008
Energia da fonti rinnovabili: il Comune è sempre più verde
ARESE, impegno ecologico premiato da certificazione, spiega il Giorno, mentre un progetto di risparmio ed efficienza energetica è stato lanciato dall’Eni di Paolo Scaroni con l’obiettivo di permettere un risparmio del 30% sull’attuale bolletta energetica di ogni famiglia
LA CITTÀ è sempre più verde. Il Comune fin dal 2006 ha aderito al Consorzio energia Veneto (Cev), ottenendo una fornitura energetica per il 30% dei consumi proveniente da energia verde, nel totale rispetto dei parametri del «Green public procurement», organismo che individua i criteri ambientali da adottare nelle procedure d’acquisto degli enti locali e della pubblica amministrazione. L’impegno di Arese si è fatto ancora più forte quest’anno, con l’adesione alla proposta del Cev di ricevere energia verde al 100%. Questo sforzo ha portato a un importante riconoscimento: il conseguimento della certificazione Recs per il periodo gennaio-dicembre 2008. Il sistema Recs è un programma internazionale volto alla promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche pulite e rinnovabili, rispettando i parametri imposti dal protocollo di Kyoto. La scelta del Comune rientra nell’ormai consolidata politica volta alla promozione dell’energia sostenibile che l’amministrazione sta consolidando negli ultimi anni. Un progetto testimoniato soprattutto dalla creazione dell’Agenda 21 Arese: l’Agenda 21 è il documento di obiettivi a sostegno delle politiche di sviluppo sostenibile del territorio, sottoscritto da più di 180 Paesi del mondo, ma troppo spesso rimasto sulla carta.
LA CITTÀ è sempre più verde. Il Comune fin dal 2006 ha aderito al Consorzio energia Veneto (Cev), ottenendo una fornitura energetica per il 30% dei consumi proveniente da energia verde, nel totale rispetto dei parametri del «Green public procurement», organismo che individua i criteri ambientali da adottare nelle procedure d’acquisto degli enti locali e della pubblica amministrazione. L’impegno di Arese si è fatto ancora più forte quest’anno, con l’adesione alla proposta del Cev di ricevere energia verde al 100%. Questo sforzo ha portato a un importante riconoscimento: il conseguimento della certificazione Recs per il periodo gennaio-dicembre 2008. Il sistema Recs è un programma internazionale volto alla promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche pulite e rinnovabili, rispettando i parametri imposti dal protocollo di Kyoto. La scelta del Comune rientra nell’ormai consolidata politica volta alla promozione dell’energia sostenibile che l’amministrazione sta consolidando negli ultimi anni. Un progetto testimoniato soprattutto dalla creazione dell’Agenda 21 Arese: l’Agenda 21 è il documento di obiettivi a sostegno delle politiche di sviluppo sostenibile del territorio, sottoscritto da più di 180 Paesi del mondo, ma troppo spesso rimasto sulla carta.
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lunedì 1 dicembre 2008
Il ministro Prestigiacomo alla Conferenza mondiale Onu sul clima
da Il Giorno
Salvare il clima ma questa volta con una «strategia globale» dove devono rientrare anche «i giganti della Co2, Cina, Usa e India». E la 14ª Conferenza mondiale Onu sul clima, a Poznan, in Polonia, dall’1 al 12 dicembre, sarà una sede importante per capire queste posizioni. A parlare è il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, secondo la quale Poznan «rappresenta un passaggio chiave in vista dell’elaborazione di una strategia globale sui cambiamenti climatici o meglio una strategia tout court visto che su questo tema o si raggiunge un’intesa che coinvoge tutti o resteremo alle iniziative di testimonianza, ininfluenti sul problema, cioè incapaci di ridurre il volume complessivo di gas serra». «Dobbiamo andare oltre Kyoto — ha proseguito Prestigiacomo — che ha avuto enorme valore culturale ma non ha prodotto risultati concreti».
Salvare il clima ma questa volta con una «strategia globale» dove devono rientrare anche «i giganti della Co2, Cina, Usa e India». E la 14ª Conferenza mondiale Onu sul clima, a Poznan, in Polonia, dall’1 al 12 dicembre, sarà una sede importante per capire queste posizioni. A parlare è il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, secondo la quale Poznan «rappresenta un passaggio chiave in vista dell’elaborazione di una strategia globale sui cambiamenti climatici o meglio una strategia tout court visto che su questo tema o si raggiunge un’intesa che coinvoge tutti o resteremo alle iniziative di testimonianza, ininfluenti sul problema, cioè incapaci di ridurre il volume complessivo di gas serra». «Dobbiamo andare oltre Kyoto — ha proseguito Prestigiacomo — che ha avuto enorme valore culturale ma non ha prodotto risultati concreti».
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mercoledì 29 ottobre 2008
Ortis: «Ambiente, il piano Ue peserà anche sulle bollette»
Sul Sole 24 Ore il presidente dell'Autorità dell'energia
Si è detto che la politica ambientale europea, e quella del «20-20-20» messa nel mirino dal governo Berlusconi, avrà costi difficilmente sopportabili dalle imprese. Ma non sarà una passeggiata neppure per i consumatori, se si dà retta al presidente dell'Autorità per l'energia, Alessandro Ortis: «Al di là dei diversi scenari prospettati dalla Commissione o dall'esecutivo — spiega — una ricaduta sui costi per le imprese e per le famiglie ci sarà, tenuto conto che nel nostro attuale sistema la "componente energia" pesa per oltre il 60% sulle bollette». Secondo alcune stime su cui l'Autorità al momento preferisce non pronunciarsi, se venisse confermata l'intenzione di far pagare le quote di emissione l'impatto sulle bollette finali potrebbe arrivare addirittura al 10% per il periodo successivo al 2012.Il 20-20-20 europeo avrà i suoi costi ma anche ricadute positive, dice la commissione Ue. Ma chi sosterrà i primi e beneficerà dei secondi? «La difesa dell'ambiente è un obiettivo da perseguire, ma occorre però riflettere se davvero gli attuali provvedimenti europei portino a ricadute positive in termini di "sviluppo sostenibile". L'esperienza maturata fino a oggi ha dimostrato che a fronte di obiettivi di riduzione dei gas serra sfidanti ed onerosi per l'Europa, il non impegno degli Stati Uniti e il forte aumento delle emissioni di giganti come la Cina e l'India, hanno di fatto vanificato i risultati conseguiti».Ma non si può vietare a Cina e India di crescere e ambire a migliori condizioni di vita, non crede? «Ciò che accennavo prima, però, è accaduto non solo per soddisfare, giustamente, la domanda interna di Paesi emergenti ma anche per effetto di produzioni delocalizzate proprio negli stessi paesi che fino ad ora si sono sottratti a limiti e vincoli ambientali di tipo europeo».Nel frattempo ci siamo dimenticati che al 2012 scadrà l'impegno di Kyoto, dove l'italia è parecchio indietro. Di nuovo, chi pagherà il possibile sforamento di quegli obiettivi, sempre i consumatori in bolletta? «Lo scorso anno, in un'audizione alla Commissione ambiente della Camera, avevamo già evidenziato come gli impegni ambientali assunti dall'Italia nel settore elettrico destassero preoccupazione. Il meccanismo di "emission trading", nell'attuale ripartizione, rischia infatti di tradursi in un aggravio dei prezzi medi fino a 5 euro per megawattora nel periodo 2008-2012 sul mercato all'ingrosso dell'energia».L'alternativa è semplicemente ridurre o addirittura fermare l'impegno europeo su fronte delle rinnovabili e della CO2? Ma se lo farà l'Europa cosa accadrà con gli Stati Uniti e la Cina, i maggiori «inquinatori»? «La lotta ai cambiamenti climatici è un problema globale. La risposta, dunque, non può che essere altrettanto globale, coinvolgendo tutti i continenti, tutti i settori, non solo energetici, e tutti i meccanismi di interscambio. Ciò significa che gli strumenti finora messi in campo vanno aggiornati ».Facile a dirsi più difficile a farsi.. «Ripropongo una mia idea: invece che insistere su misure unilaterali "cap and trade" (ovvero porre un limite massimo alle emissioni e commerciare le quote assegnate, ndr), basate in Europa sulle emissioni dei singoli Stati, si potrebbe valutare un approccio integrato, a livello internazionale, di politiche ambientali e commerciali che scoraggi forme di "dumping" ambientale e che, con accordi a livello Wto, guardi anche al "contenuto di Co2" dei prodotti finali che sono messi in commercio».
L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni
Si è detto che la politica ambientale europea, e quella del «20-20-20» messa nel mirino dal governo Berlusconi, avrà costi difficilmente sopportabili dalle imprese. Ma non sarà una passeggiata neppure per i consumatori, se si dà retta al presidente dell'Autorità per l'energia, Alessandro Ortis: «Al di là dei diversi scenari prospettati dalla Commissione o dall'esecutivo — spiega — una ricaduta sui costi per le imprese e per le famiglie ci sarà, tenuto conto che nel nostro attuale sistema la "componente energia" pesa per oltre il 60% sulle bollette». Secondo alcune stime su cui l'Autorità al momento preferisce non pronunciarsi, se venisse confermata l'intenzione di far pagare le quote di emissione l'impatto sulle bollette finali potrebbe arrivare addirittura al 10% per il periodo successivo al 2012.Il 20-20-20 europeo avrà i suoi costi ma anche ricadute positive, dice la commissione Ue. Ma chi sosterrà i primi e beneficerà dei secondi? «La difesa dell'ambiente è un obiettivo da perseguire, ma occorre però riflettere se davvero gli attuali provvedimenti europei portino a ricadute positive in termini di "sviluppo sostenibile". L'esperienza maturata fino a oggi ha dimostrato che a fronte di obiettivi di riduzione dei gas serra sfidanti ed onerosi per l'Europa, il non impegno degli Stati Uniti e il forte aumento delle emissioni di giganti come la Cina e l'India, hanno di fatto vanificato i risultati conseguiti».Ma non si può vietare a Cina e India di crescere e ambire a migliori condizioni di vita, non crede? «Ciò che accennavo prima, però, è accaduto non solo per soddisfare, giustamente, la domanda interna di Paesi emergenti ma anche per effetto di produzioni delocalizzate proprio negli stessi paesi che fino ad ora si sono sottratti a limiti e vincoli ambientali di tipo europeo».Nel frattempo ci siamo dimenticati che al 2012 scadrà l'impegno di Kyoto, dove l'italia è parecchio indietro. Di nuovo, chi pagherà il possibile sforamento di quegli obiettivi, sempre i consumatori in bolletta? «Lo scorso anno, in un'audizione alla Commissione ambiente della Camera, avevamo già evidenziato come gli impegni ambientali assunti dall'Italia nel settore elettrico destassero preoccupazione. Il meccanismo di "emission trading", nell'attuale ripartizione, rischia infatti di tradursi in un aggravio dei prezzi medi fino a 5 euro per megawattora nel periodo 2008-2012 sul mercato all'ingrosso dell'energia».L'alternativa è semplicemente ridurre o addirittura fermare l'impegno europeo su fronte delle rinnovabili e della CO2? Ma se lo farà l'Europa cosa accadrà con gli Stati Uniti e la Cina, i maggiori «inquinatori»? «La lotta ai cambiamenti climatici è un problema globale. La risposta, dunque, non può che essere altrettanto globale, coinvolgendo tutti i continenti, tutti i settori, non solo energetici, e tutti i meccanismi di interscambio. Ciò significa che gli strumenti finora messi in campo vanno aggiornati ».Facile a dirsi più difficile a farsi.. «Ripropongo una mia idea: invece che insistere su misure unilaterali "cap and trade" (ovvero porre un limite massimo alle emissioni e commerciare le quote assegnate, ndr), basate in Europa sulle emissioni dei singoli Stati, si potrebbe valutare un approccio integrato, a livello internazionale, di politiche ambientali e commerciali che scoraggi forme di "dumping" ambientale e che, con accordi a livello Wto, guardi anche al "contenuto di Co2" dei prodotti finali che sono messi in commercio».
L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni
Energie rinnovabili: serve una rivoluzione copernicana
Da Liberazione
Mentre continua ad infuriare, malgrado le immissioni di liquidità di migliaia di miliardi di dollari, di euro e di yen, la crisi dei mercati finanziari e si sviluppa in Europa e in Italia un largo confronto sulle misure della UE contro la crisi ambientale gli articoli di Alfonso Gianni e di Marcello Cini sottolineano che "questo è il momento per la sinistra di costruire e fare valere una propria visione del futuro e della società che sia contemporaneamente la ricetta di fondo per uscire da questa crisi". Partendo da queste premesse vorrei fare alcune considerazioni che continuano un impegno di mie riflessioni e di proposte a cui Liberazione in passato ha dato spazio. Nel XX secolo le grandi rivoluzioni leniniste della Russia, della Cina, del Vietnam fino ad arrivare al Sud Africa ed ora all'America Latina, sono avvenute sulla base dell'alleanza degli operai e dei partiti che li rappresentavano con le sterminate masse contadine che sono state protagoniste sia della rivoluzione d'Ottobre sia della Lunga Marcia di Mao. Rivoluzioni che hanno posto fine ad un periodo della storia iniziato nel 1492 che ha dato all'occidente il dominio del mondo: la globalizzazione colonialista del genocidio degli indiani d'America, della tratta degli schiavi neri, della guerra dell'oppio e in ultimo all'apartheid del Sud Africa. Queste grandi rivoluzioni non ci hanno portato "sulla luna" di una società socialista quale noi sognavamo ma hanno certamente redistribuito ricchezze e poteri tra i principali raggruppamenti nazionali del mondo. Una società multipolare. Del resto anche la grande rivoluzione francese è riuscita sì ad aprire la strada alla libertà di commercio e di impresa e al diritto dei sudditi a farsi riconoscere come cittadini ma non a fare grandi progressi sulla strada dell'egalité e della fraternité. L'altra grande crisi sistemica che è maturata, anche a causa dell'entrata di grandi popoli ex coloniali nella modernità, è quella di un sistema di capitalismo industriale basato sulle energie fossili: il carbone dell'800 che ha sostituito le vele con i piroscafi le diligenze con le ferrovie, i telai meccanici etc. Questa svolta tecnologica è stata alla base anche dello sviluppo della classe operaia e della cultura dell'organizzazione politica che, a partire da Il Manifesto di Marx ed Engels, si è sviluppata a cominciare dai paesi più industrializzati.Alla fine dell'800 è cominciata l'era del petrolio, iniziata negli USA, la cui prorompente diffusione è stata lucidamente avvertita dal fondo di un carcere fascista da Antonio Gramsci con i suoi scritti su "americanismo e fordismo" e che, dopo la II guerra Mondiale, si è diffusa in tutti i paesi occidentali costituendo la base dell'egemonia americana.Dopo due secoli di straordinario sviluppo industriale che ora si estende a quasi tutto il mondo questo modello basato sulle energie fossili si è rivelato, come Marcello Cini ricorda e come centinaia di scienziati hanno nel corso degli ultimi decenni sottolineato e i primi grandi disastri ambientali dimostrano, insostenibile in quanto attraverso questi processi produttivi vengono rimmessi nell'atmosfera composti di carbonio e di altre sostanze che l'evoluzione naturale nel corso di milioni di anni aveva sottratto dall'atmosfera e immagazzinato nelle profondità della terra rendendola vivibile come oggi la conosciamo. Non riconoscere la necessità della fine di questo periodo storico dell'umanità significa, specie per chi vuole comunque collegarsi alle analisi del materialismo storico, porsi fuori dalla realtà e quindi fuori da ogni possibilità di influire sull'economia e sulla politica di ogni paese. A mio avviso la crisi del movimento No Global è dovuta principalmente al fatto di non avere posto al centro della giusta critica alla globalizzazione capitalistica questo elemento di debolezza fondamentale del sistema economico basato sul profitto che costituisce, oggi nel XXI secolo, "l'anello più debole della catena". In questo quadro si colloca l'attuale crisi dell'egemonia americana (si rilegga il libro di Immanuel Wallerstein Il declino dell'America) che è cominciata con la sconfitta del Vietnam e si conclude oggi con la crisi finanziaria di Wall Street che non pochi commentatori hanno paragonato alla caduta del muro di Berlino. L'avvento di un sistema unipolare al posto dell'equilibrio del terrore atomico bipolare, che aveva caratterizzato la seconda metà del secolo scorso, è durato in termini storici lo "spazio di un mattino". I due colossi che si sono svenati nel corso della guerra fredda hanno perso entrambi la loro egemonia: simul stabant et simul cadunt. Partendo dall'analisi di queste tre crisi: globalizzazione coloniale, crisi ambientale e crisi dell'egemonia americana, si può avviare la ricerca di linee nuove di azione per la sinistra italiana, europea e globale. La crisi ambientale è di tale portata che pur in un periodo dominato dal pensiero e dalla pratiche neoliberiste a livello mondiale ad iniziativa soprattutto di alcuni paesi dell'Ue, con forte presenza ambientalista, e dell'Unione nel suo complesso è stata avviata una contrattazione a livello mondiale sfociata negli accordi di Kyoto che prevedono in linea di principio un intervento degli Stati nell'economia per ridurre le emissioni inquinanti al fine di evitare il disastro ambientale. La storia di queste trattative è estremamente significativa per l'azione che l'America ha svolto, prima con Clinton, che ha subordinato la sua firma degli accordi all'abbassamento dei vincoli inizialmente proposti e poi del suo successore Bush che si è rifiutato di riconoscere il patto firmato dal suo predecessore. Questo fatto ha un grande rilievo sia per individuare il ruolo degli Usa nella battaglia contro l'effetto serra sia per sottolineare il loro isolamento visto che, anche per l'adesione della Russia di Putin, è stato raggiunto il quorum di paesi e di emissioni necessarie per l'entrata in vigore degli accordi (Berlusconi imitando Bush nel suo attacco di questi giorni agli accordi di Kyoto ha affermato che li contesta perchè sono firmati dal governo Prodi).Ma la crisi ambientale continua ad andare avanti e quindi la Ue è stata costretta a stabilire un altro giro di vite (il 20-20 e 20) che ha scopi tecnici immediati ma ha, dal punto di vista politico, un valore alto per rafforzare il peso della UE nella trattativa che si va ad iniziare a livello mondiale per i nuovi e più performanti accordi tipo Kyoto, con la partecipazione questa volta anche della Cina, dell'India e degli Stati Uniti. Il programma elettorale di Obama, prevede l'annullamento delle importazioni di petrolio dal Medio Oriente e incentivi alle energie alternative capaci di creare 5 milioni di nuovi posti di lavoro non delocalizzabili, e gli Usa e la Cina stanno raggiungendo la Germania nei primi posti tra i paesi produttori di energia eolica.Può la sinistra non essere presente con il suo radicalismo necessario in questo dibattito e in questa battaglia decisiva per la difesa dell'ambiente e per la costruzione di una nuova società? Qui un'ultima riflessione. Il passaggio dalle fonti fossili alle fonti rinnovabili è un passaggio epocale come l'avvio della rivoluzione industriale basata sul carbone, sul petrolio e sulle altre energie fossili. Questo passaggio ha già effetti positivi in paesi come la Spagna, la Germania, la Danimarca etc. e più li avrà in futuro sull'occupazione, sullo sviluppo industriale, sulla bilancia dei pagamenti ed anche sul famigerato PIL. Siccome il sole, il vento sono a disposizione di tutti e non sono quotati in borsa si va determinando una redistribuzione di poteri all'interno del sistema economico e quindi anche del sistema politico. E quindi si possono creare le condizioni per nuovi rapporti sociali e politici. Naturalmente è ovvio che i poteri forti, ancorati al vecchio sistema, si oppongano in ogni modo, anche confondendo le acque attraverso i mass media, a questa trasformazione radicale del sistema energetico. E' ovvio, altresì, che un governo come quello di Berlusconi assuma posizioni retrograde come il ritorno al nucleare già condannato dal popolo italiano con il referendum dell'8 e 9 novembre 1987 e l'attacco alle proposte ambientaliste del Parlamento Europeo con l'inquietante compagnia di viaggio di poco raccomandabili residui del Patto di Varsavia. Perciò è necessario uno sviluppo non solo culturale, non solo di mobilitazioni di massa in varie manifestazioni ma anche di un'organizzazione che concretamente si inserisca nel processo di trasformazione energetica. Per fare un esempio: Alfonso Gianni ricorda che il governo Prodi ha, stavolta ben consigliato, trasferito nella legislazione italiana, con un suo provvedimento sul Conto Energia per gli impianti fotovoltaici, i principi già vigenti da oltre un decennio, in Germania. Questo ha portato già ad alcuni modesti risultati ma afferma il diritto per tutti i cittadini italiani di costruire sul tetto della propria casa un impianto solare fotovoltaico capace di produrre tutta l'energia necessaria liberando così le famiglie dalle bollette sia della luce che del gas e addirittura fornendo un diritto a ricevere un pagamento per l'energia in esubero immessa in rete. Una possibile rivoluzione copernicana del sistema energetico che interessa un terzo di tutti i consumi energetici del paese. Difendere e realizzare questo diritto, che sarà certamente insidiato dal governo Berlusconi, (assieme al risparmio e alle altre energie rinnovabili) è una delle sfide fondamentali per lo sviluppo anche democratico del nostro paese.
Mentre continua ad infuriare, malgrado le immissioni di liquidità di migliaia di miliardi di dollari, di euro e di yen, la crisi dei mercati finanziari e si sviluppa in Europa e in Italia un largo confronto sulle misure della UE contro la crisi ambientale gli articoli di Alfonso Gianni e di Marcello Cini sottolineano che "questo è il momento per la sinistra di costruire e fare valere una propria visione del futuro e della società che sia contemporaneamente la ricetta di fondo per uscire da questa crisi". Partendo da queste premesse vorrei fare alcune considerazioni che continuano un impegno di mie riflessioni e di proposte a cui Liberazione in passato ha dato spazio. Nel XX secolo le grandi rivoluzioni leniniste della Russia, della Cina, del Vietnam fino ad arrivare al Sud Africa ed ora all'America Latina, sono avvenute sulla base dell'alleanza degli operai e dei partiti che li rappresentavano con le sterminate masse contadine che sono state protagoniste sia della rivoluzione d'Ottobre sia della Lunga Marcia di Mao. Rivoluzioni che hanno posto fine ad un periodo della storia iniziato nel 1492 che ha dato all'occidente il dominio del mondo: la globalizzazione colonialista del genocidio degli indiani d'America, della tratta degli schiavi neri, della guerra dell'oppio e in ultimo all'apartheid del Sud Africa. Queste grandi rivoluzioni non ci hanno portato "sulla luna" di una società socialista quale noi sognavamo ma hanno certamente redistribuito ricchezze e poteri tra i principali raggruppamenti nazionali del mondo. Una società multipolare. Del resto anche la grande rivoluzione francese è riuscita sì ad aprire la strada alla libertà di commercio e di impresa e al diritto dei sudditi a farsi riconoscere come cittadini ma non a fare grandi progressi sulla strada dell'egalité e della fraternité. L'altra grande crisi sistemica che è maturata, anche a causa dell'entrata di grandi popoli ex coloniali nella modernità, è quella di un sistema di capitalismo industriale basato sulle energie fossili: il carbone dell'800 che ha sostituito le vele con i piroscafi le diligenze con le ferrovie, i telai meccanici etc. Questa svolta tecnologica è stata alla base anche dello sviluppo della classe operaia e della cultura dell'organizzazione politica che, a partire da Il Manifesto di Marx ed Engels, si è sviluppata a cominciare dai paesi più industrializzati.Alla fine dell'800 è cominciata l'era del petrolio, iniziata negli USA, la cui prorompente diffusione è stata lucidamente avvertita dal fondo di un carcere fascista da Antonio Gramsci con i suoi scritti su "americanismo e fordismo" e che, dopo la II guerra Mondiale, si è diffusa in tutti i paesi occidentali costituendo la base dell'egemonia americana.Dopo due secoli di straordinario sviluppo industriale che ora si estende a quasi tutto il mondo questo modello basato sulle energie fossili si è rivelato, come Marcello Cini ricorda e come centinaia di scienziati hanno nel corso degli ultimi decenni sottolineato e i primi grandi disastri ambientali dimostrano, insostenibile in quanto attraverso questi processi produttivi vengono rimmessi nell'atmosfera composti di carbonio e di altre sostanze che l'evoluzione naturale nel corso di milioni di anni aveva sottratto dall'atmosfera e immagazzinato nelle profondità della terra rendendola vivibile come oggi la conosciamo. Non riconoscere la necessità della fine di questo periodo storico dell'umanità significa, specie per chi vuole comunque collegarsi alle analisi del materialismo storico, porsi fuori dalla realtà e quindi fuori da ogni possibilità di influire sull'economia e sulla politica di ogni paese. A mio avviso la crisi del movimento No Global è dovuta principalmente al fatto di non avere posto al centro della giusta critica alla globalizzazione capitalistica questo elemento di debolezza fondamentale del sistema economico basato sul profitto che costituisce, oggi nel XXI secolo, "l'anello più debole della catena". In questo quadro si colloca l'attuale crisi dell'egemonia americana (si rilegga il libro di Immanuel Wallerstein Il declino dell'America) che è cominciata con la sconfitta del Vietnam e si conclude oggi con la crisi finanziaria di Wall Street che non pochi commentatori hanno paragonato alla caduta del muro di Berlino. L'avvento di un sistema unipolare al posto dell'equilibrio del terrore atomico bipolare, che aveva caratterizzato la seconda metà del secolo scorso, è durato in termini storici lo "spazio di un mattino". I due colossi che si sono svenati nel corso della guerra fredda hanno perso entrambi la loro egemonia: simul stabant et simul cadunt. Partendo dall'analisi di queste tre crisi: globalizzazione coloniale, crisi ambientale e crisi dell'egemonia americana, si può avviare la ricerca di linee nuove di azione per la sinistra italiana, europea e globale. La crisi ambientale è di tale portata che pur in un periodo dominato dal pensiero e dalla pratiche neoliberiste a livello mondiale ad iniziativa soprattutto di alcuni paesi dell'Ue, con forte presenza ambientalista, e dell'Unione nel suo complesso è stata avviata una contrattazione a livello mondiale sfociata negli accordi di Kyoto che prevedono in linea di principio un intervento degli Stati nell'economia per ridurre le emissioni inquinanti al fine di evitare il disastro ambientale. La storia di queste trattative è estremamente significativa per l'azione che l'America ha svolto, prima con Clinton, che ha subordinato la sua firma degli accordi all'abbassamento dei vincoli inizialmente proposti e poi del suo successore Bush che si è rifiutato di riconoscere il patto firmato dal suo predecessore. Questo fatto ha un grande rilievo sia per individuare il ruolo degli Usa nella battaglia contro l'effetto serra sia per sottolineare il loro isolamento visto che, anche per l'adesione della Russia di Putin, è stato raggiunto il quorum di paesi e di emissioni necessarie per l'entrata in vigore degli accordi (Berlusconi imitando Bush nel suo attacco di questi giorni agli accordi di Kyoto ha affermato che li contesta perchè sono firmati dal governo Prodi).Ma la crisi ambientale continua ad andare avanti e quindi la Ue è stata costretta a stabilire un altro giro di vite (il 20-20 e 20) che ha scopi tecnici immediati ma ha, dal punto di vista politico, un valore alto per rafforzare il peso della UE nella trattativa che si va ad iniziare a livello mondiale per i nuovi e più performanti accordi tipo Kyoto, con la partecipazione questa volta anche della Cina, dell'India e degli Stati Uniti. Il programma elettorale di Obama, prevede l'annullamento delle importazioni di petrolio dal Medio Oriente e incentivi alle energie alternative capaci di creare 5 milioni di nuovi posti di lavoro non delocalizzabili, e gli Usa e la Cina stanno raggiungendo la Germania nei primi posti tra i paesi produttori di energia eolica.Può la sinistra non essere presente con il suo radicalismo necessario in questo dibattito e in questa battaglia decisiva per la difesa dell'ambiente e per la costruzione di una nuova società? Qui un'ultima riflessione. Il passaggio dalle fonti fossili alle fonti rinnovabili è un passaggio epocale come l'avvio della rivoluzione industriale basata sul carbone, sul petrolio e sulle altre energie fossili. Questo passaggio ha già effetti positivi in paesi come la Spagna, la Germania, la Danimarca etc. e più li avrà in futuro sull'occupazione, sullo sviluppo industriale, sulla bilancia dei pagamenti ed anche sul famigerato PIL. Siccome il sole, il vento sono a disposizione di tutti e non sono quotati in borsa si va determinando una redistribuzione di poteri all'interno del sistema economico e quindi anche del sistema politico. E quindi si possono creare le condizioni per nuovi rapporti sociali e politici. Naturalmente è ovvio che i poteri forti, ancorati al vecchio sistema, si oppongano in ogni modo, anche confondendo le acque attraverso i mass media, a questa trasformazione radicale del sistema energetico. E' ovvio, altresì, che un governo come quello di Berlusconi assuma posizioni retrograde come il ritorno al nucleare già condannato dal popolo italiano con il referendum dell'8 e 9 novembre 1987 e l'attacco alle proposte ambientaliste del Parlamento Europeo con l'inquietante compagnia di viaggio di poco raccomandabili residui del Patto di Varsavia. Perciò è necessario uno sviluppo non solo culturale, non solo di mobilitazioni di massa in varie manifestazioni ma anche di un'organizzazione che concretamente si inserisca nel processo di trasformazione energetica. Per fare un esempio: Alfonso Gianni ricorda che il governo Prodi ha, stavolta ben consigliato, trasferito nella legislazione italiana, con un suo provvedimento sul Conto Energia per gli impianti fotovoltaici, i principi già vigenti da oltre un decennio, in Germania. Questo ha portato già ad alcuni modesti risultati ma afferma il diritto per tutti i cittadini italiani di costruire sul tetto della propria casa un impianto solare fotovoltaico capace di produrre tutta l'energia necessaria liberando così le famiglie dalle bollette sia della luce che del gas e addirittura fornendo un diritto a ricevere un pagamento per l'energia in esubero immessa in rete. Una possibile rivoluzione copernicana del sistema energetico che interessa un terzo di tutti i consumi energetici del paese. Difendere e realizzare questo diritto, che sarà certamente insidiato dal governo Berlusconi, (assieme al risparmio e alle altre energie rinnovabili) è una delle sfide fondamentali per lo sviluppo anche democratico del nostro paese.
martedì 28 ottobre 2008
Il riciclo è eco-efficiente
Il ricliclo fa bene all’ambiente e è una risorsa per il sistema Paese. E’ stato presentato, presso il Senato della Repubblica - Sala dell’ex Hotel Bologna - “Il riciclo ecoefficiente - Performance e scenari economici, ambientali ed energetici”, un volume sull’economia del riciclo nel mercato globale, curato da Duccio Bianchi, dell’Istituto di ricerche Ambiente Italia, nell’ambito del Kyoto Club e promosso da Cial, Cobat, Comieco, Coou, Cna, Corepla, Federambiente, Fise Uniree, e Mp Ambiente. Lo studio analizza le performance dell’industria del riciclo, una vera e propria “industria nell’industria”, che nel 2007 è cresciuta a un ritmo pari al 17,2%, in netta controtendenza rispetto agli altri comparti, e tra il 2000 e il 2005 ha visto aumentare le imprese del 13% (sono circa 2.500 in totale) e gli occupati del 47% (al 2005 erano circa 13.000). Le attività di recupero e riciclo costituiscono oggi una risorsa fondamentale del sistema industriale, a livello italiano e internazionale. Negli ultimi anni si è assistito a un vero e proprio “boom” della commercializzazione delle “materie prime secondarie” e, grazie agli effetti della globalizzazione dei mercati, alla nascita di un flusso di esportazione di queste ultime verso i Paesi emergenti (Cina e India fra tutti). 52 milioni di tonnellate di rifiuti avviati a riciclo e recupero. (Da L'Opinione)
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mercoledì 15 ottobre 2008
L’Ue boccia le richieste italiane: «Sul clima nessuna flessibilità»
Da Il Giorno
«Di fronte a una minaccia mondiale come quella dei cambiamenti climatici serve una risposta mondiale. Spuntiamo tutta la flessibilità possibile, ma dobbiamo mantenere gli obiettivi concordati». Alla vigilia del Consiglio europeo che dovrà approvare l’obiettivo Ue di ridurre del 20% le emissioni di gas serra, di aumentare del 20% la produzione di energia da rinnovabili così come l’efficienza energetica, il presidente della commissione Ue, Josè Manuel Barroso, fissa paletti chiari contro l’annacquamento del piano varato dalla Commissione. L’Italia sarà in prima fila, con la Polonia, nella richiesta di maggiore flessibilità. E da Confindustria, dopo la presa di posizione comune con gli industriali tedeschi, arriva una nuova bordata contro Bruxelles e a favore della strategia del governo. «In questo momento di profonda crisi dei mercati finanziari — scrive viale dell’Astronomia — le misure previste nel pacchetto sull’energia e i cambiamenti climatici finirebbero con l’essere fortemente penalizzanti per il settore produttivo e controproducenti per la ripresa economica dell’Ue» e «comporterebbero delocalizzazioni e cancellazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro». «Pur confermando l’impegno nel sostenere le necessarie strategie per una riduzione delle emissioni di CO2 — osserva Confindustria — occorre evidenziare come tale impegno verrebbe meno se la competitività delle imprese venisse pregiudicata come conseguenza di queste misure. Se il pacchetto fosse approvato, il sistema industriale italiano sarebbe chiamato a pagare una nuova tassa superiore ai 20 miliardi di euro all’anno, una cifra superiore all’1,5% del Pil del Paese». Il governo italiano non arriverà al veto che Confindustria fa capire sarebbe necessario (e che il ministro dell’Ambiente ha pur ventilato) ma chiederà clausole di revisione per tener conto degli sviluppi internazionali (nel caso non si raggiunga un accordo mondiale sul «post Kyoto» nel 2009), deroghe per i settori più energivori, la possibilità di effettuare integralmente i tagli delle emissioni all’estero e una sorta di «valutazione dell’impatto economico» delle misure. Ma Barroso, col consenso della maggioranza degli Stati, non molla. «IL NOSTRO ruolo — ha detto — è chiedere di non dimenticare i nostri impegni sottoscritti unanimamente. Spero che prevalga l’etica della responsabilità, non l’ottica del breve periodo». Proprio ieri Oms, autorità per la sicurezza alimentare europea e Fao hanno presentato uno studio nel quale si rilanciano gli allarmi e si osserva che il cambiamento climatico «potrebbe costare fino al 5% del prodotto interno lordo mondiale entro la fine del secolo».
«Di fronte a una minaccia mondiale come quella dei cambiamenti climatici serve una risposta mondiale. Spuntiamo tutta la flessibilità possibile, ma dobbiamo mantenere gli obiettivi concordati». Alla vigilia del Consiglio europeo che dovrà approvare l’obiettivo Ue di ridurre del 20% le emissioni di gas serra, di aumentare del 20% la produzione di energia da rinnovabili così come l’efficienza energetica, il presidente della commissione Ue, Josè Manuel Barroso, fissa paletti chiari contro l’annacquamento del piano varato dalla Commissione. L’Italia sarà in prima fila, con la Polonia, nella richiesta di maggiore flessibilità. E da Confindustria, dopo la presa di posizione comune con gli industriali tedeschi, arriva una nuova bordata contro Bruxelles e a favore della strategia del governo. «In questo momento di profonda crisi dei mercati finanziari — scrive viale dell’Astronomia — le misure previste nel pacchetto sull’energia e i cambiamenti climatici finirebbero con l’essere fortemente penalizzanti per il settore produttivo e controproducenti per la ripresa economica dell’Ue» e «comporterebbero delocalizzazioni e cancellazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro». «Pur confermando l’impegno nel sostenere le necessarie strategie per una riduzione delle emissioni di CO2 — osserva Confindustria — occorre evidenziare come tale impegno verrebbe meno se la competitività delle imprese venisse pregiudicata come conseguenza di queste misure. Se il pacchetto fosse approvato, il sistema industriale italiano sarebbe chiamato a pagare una nuova tassa superiore ai 20 miliardi di euro all’anno, una cifra superiore all’1,5% del Pil del Paese». Il governo italiano non arriverà al veto che Confindustria fa capire sarebbe necessario (e che il ministro dell’Ambiente ha pur ventilato) ma chiederà clausole di revisione per tener conto degli sviluppi internazionali (nel caso non si raggiunga un accordo mondiale sul «post Kyoto» nel 2009), deroghe per i settori più energivori, la possibilità di effettuare integralmente i tagli delle emissioni all’estero e una sorta di «valutazione dell’impatto economico» delle misure. Ma Barroso, col consenso della maggioranza degli Stati, non molla. «IL NOSTRO ruolo — ha detto — è chiedere di non dimenticare i nostri impegni sottoscritti unanimamente. Spero che prevalga l’etica della responsabilità, non l’ottica del breve periodo». Proprio ieri Oms, autorità per la sicurezza alimentare europea e Fao hanno presentato uno studio nel quale si rilanciano gli allarmi e si osserva che il cambiamento climatico «potrebbe costare fino al 5% del prodotto interno lordo mondiale entro la fine del secolo».
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